Crisi Lear a Grugliasco, sul tavolo un piano italo-cinese per il rilancio
- piscitellidaniel
- 10 set
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Lo stabilimento Lear di Grugliasco, alle porte di Torino, è diventato negli ultimi mesi uno dei simboli della crisi industriale che attraversa il settore dell’automotive in Italia. La multinazionale americana, leader nella produzione di componenti per interni auto e sistemi elettrici, ha annunciato la chiusura del sito, con il conseguente rischio di perdita di centinaia di posti di lavoro. Una decisione che ha provocato forti reazioni tra i sindacati, le istituzioni locali e il governo, impegnati a trovare soluzioni per garantire un futuro ai lavoratori e all’intero territorio.
Negli ultimi giorni è emersa una novità che potrebbe cambiare il destino dello stabilimento: l’interesse di un consorzio italo-cinese a subentrare nella gestione e rilanciare la produzione. Il progetto, ancora in fase di valutazione, prevede la possibilità di riconvertire parte delle attività industriali verso segmenti innovativi, legati sia alla mobilità sostenibile sia alla componentistica di nuova generazione. L’ipotesi è stata accolta con cauta speranza da parte dei lavoratori, che vedono nel piano un’occasione per evitare la chiusura definitiva e mantenere viva la tradizione industriale di Grugliasco.
La fabbrica Lear, nata negli anni del boom automobilistico torinese, ha rappresentato a lungo un punto di riferimento per la produzione di sedili e sistemi per le principali case automobilistiche. Con la progressiva trasformazione del settore e la crescente concorrenza internazionale, lo stabilimento ha però visto ridursi la propria competitività, fino ad arrivare alla decisione drastica di abbandonare il sito. I costi elevati, la contrazione delle commesse e le difficoltà legate alla transizione energetica hanno reso insostenibile la continuità produttiva secondo la visione del gruppo americano.
Il piano italo-cinese punta a ribaltare questa prospettiva. Secondo quanto trapela, la strategia sarebbe quella di integrare il sito piemontese in una rete produttiva più ampia, con investimenti mirati per la modernizzazione degli impianti e per lo sviluppo di nuovi prodotti. In particolare, l’interesse sarebbe rivolto alla produzione di componentistica legata ai veicoli elettrici e ibridi, un settore in forte espansione e considerato cruciale per il futuro dell’automotive europeo. La partecipazione di partner cinesi garantirebbe l’accesso a tecnologie avanzate e a risorse finanziarie, mentre la componente italiana assicurerebbe continuità occupazionale e competenze radicate sul territorio.
La proposta ha già attirato l’attenzione delle istituzioni. Il governo e la Regione Piemonte hanno espresso la volontà di valutare con attenzione il progetto, consapevoli che il destino dello stabilimento riguarda non solo i lavoratori diretti, ma anche l’intera filiera locale. L’indotto di Lear, fatto di piccole e medie imprese che operano nel settore della componentistica, rischierebbe infatti di subire un colpo devastante dalla chiusura del sito. Salvaguardare la fabbrica significherebbe quindi proteggere un tessuto economico che da decenni contribuisce alla vitalità industriale dell’area torinese.
I sindacati, che da mesi presidiano i cancelli della fabbrica, hanno accolto con favore l’apertura di una possibile trattativa, pur mantenendo un atteggiamento prudente. L’esperienza degli ultimi anni ha insegnato che promesse e piani industriali devono essere tradotti in impegni concreti e verificabili. Per questo chiedono garanzie chiare sui livelli occupazionali, sugli investimenti previsti e sulle prospettive a lungo termine. L’obiettivo è evitare soluzioni tampone che rinviino solo il problema, senza affrontare le reali difficoltà del settore.
Il contesto dell’automotive italiano rende la vicenda Lear ancora più significativa. Il comparto, storicamente trainato dalla presenza della Fiat e delle sue controllate, vive una fase di transizione difficile verso l’elettrificazione e la digitalizzazione. Molti stabilimenti, soprattutto nel Piemonte, si trovano a dover affrontare cali di produzione, ristrutturazioni e riduzioni di personale. La crisi di Lear si inserisce dunque in un quadro più ampio di trasformazione industriale, che richiede strategie nazionali e regionali mirate a sostenere l’innovazione e la riconversione produttiva.
Il piano italo-cinese, se concretizzato, potrebbe rappresentare un modello per altre realtà in difficoltà. La combinazione di capitali stranieri e competenze locali potrebbe infatti offrire una via d’uscita a stabilimenti che rischiano la chiusura, creando sinergie e aprendo nuove opportunità nei mercati internazionali. Tuttavia, restano aperti molti interrogativi: quale sarà il livello effettivo degli investimenti? Quali prodotti verranno realizzati a Grugliasco? E soprattutto, quanti dei posti di lavoro attuali saranno salvaguardati?
La vicenda è seguita con attenzione anche dalle comunità locali. Grugliasco, come molti comuni dell’hinterland torinese, ha costruito la propria identità economica intorno alla manifattura e all’automotive. La chiusura dello stabilimento Lear sarebbe percepita come una ferita profonda, con conseguenze sociali difficili da assorbire. Per questo le istituzioni locali, insieme ai sindacati, hanno chiesto che il governo assuma un ruolo attivo nella trattativa, garantendo supporto e vigilanza sul futuro del sito.
In questo scenario complesso, la partita si gioca su più tavoli: quello industriale, con la definizione del piano di rilancio; quello politico, con il coinvolgimento delle istituzioni; e quello sociale, con la salvaguardia di lavoratori e famiglie. La crisi di Lear diventa così un banco di prova per la capacità del sistema Paese di affrontare le trasformazioni del settore automobilistico, senza lasciare indietro territori e comunità.

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