Barriere doganali quasi triplicate in cinque anni: l’Italia resiste in un mondo più chiuso
- piscitellidaniel
- 10 ott
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Negli ultimi anni il commercio internazionale ha vissuto un’inversione di tendenza: non più soltanto liberalizzazioni e abbattimento di ostacoli, ma un’ondata costante di nuove barriere doganali, restrizioni e misure protezionistiche. Secondo analisi recenti, le barriere tariffarie e non tariffarie applicate su scala mondiale sarebbero quasi triplicate rispetto al 2019, spingendo imprese, governi e sistemi economici a ripensare strategie e catene globali. In questo contesto, si osserva che il sistema produttivo italiano, pur influenzato da queste dinamiche, mostra una certa resilienza: dall’export ai processi logistici, l’Italia sembra “tenere il passo”, anche se non senza fatica.
Le cause di questa escalation protezionistica sono molteplici e intrecciano fattori geopolitici, crisi delle supply chain, spinte verso la “riconfigurazione” industriale a livello nazionale (reshoring) e pressioni politiche interne che premiano politiche di difesa del tessuto produttivo locale. La guerra in Ucraina, l’aumento dei costi energetici, la competizione con economie emergenti e le tensioni fra Usa e Cina hanno contribuito a rendere l’internazionalizzazione non più un rischio calcolabile, bensì un percorso da governare anche con strumenti difensivi.
Per l’Italia, paese a forte vocazione export, l’esplosione delle misure protezionistiche internazionali rappresenta una sfida diretta. Molte imprese italiane operano su catene lunghe che attraversano più continenti, fanno uso di semilavorati importati e esportano verso mercati sensibili ai dazi. In un quadro dove l’incertezza diventa strutturale, serve una capacità di adattamento che va ben oltre il marketing o le strategie commerciali: serve ripensare interi modelli produttivi, diversificare fornitori e anticipare scenari aggressivi.
Il vantaggio italiano risiede in parte nel suo posizionamento settoriale: molti beni Made in Italy possiedono un immagine di qualità, in alcuni casi quasi “artigianale”, che può resistere anche se il prezzo cresce per effetto dei dazi. Inoltre, l’Italia beneficia di una base diversificata di mercati esteri: quando un partner applica nuove barriere, le imprese italiane hanno la possibilità (entro certi limiti) di ridistribuire esportazioni su altri Paesi meno soggetti a restrizioni. Questo slancio strategico però ha costi elevati: aumentano i rischi logistici, i tempi di adattamento, la complessità degli adempimenti doganali.
Un altro fronte critico riguarda gli oneri amministrativi e tecnici associati all’ingresso delle merci nei mercati d’oltrefrontiera. Anche se le barriere tariffarie sono spesso quelle più evidenti, le barriere non tariffarie — certificazioni di origine, requisiti sanitari e fitosanitari, controlli tecnici, procedure burocratiche — sono anch’esse in crescita e rendono spesso più gravosa l’attività d’esportazione. In ambienti con una burocratizzazione spinta, queste misure possono tradursi in costi di compliance elevati che penalizzano in particolare le piccole e medie imprese.
Ciononostante, alcune imprese italiane hanno iniziato a sviluppare strategie anticicliche: basano parte della produzione su componenti locali, investono in R&D e innovazione per differenziare l’offerta, puntano su economie di scala, logistica ottimizzata e diversificazione geografica. Alcuni settori – come l’alimentare, il lusso, il tessile – cercano di valorizzare l’origine, la tracciabilità e i certificati di qualità per giustificare prezzi che tengano conto dei costi aggiuntivi imposti dalle barriere.
Sul fronte istituzionale, lo Stato e le organizzazioni pubbliche devono rivedere le politiche di supporto all’export: non bastano incentivi generici, ma strumenti di “difesa” commerciale, assistenza tecnica doganale, consulenza normativa per l’accesso ai mercati esteri, mappatura preventiva del rischio dazi e accordi di rete tra imprese per gestire insieme l’impatto. Le associazioni imprenditoriali chiedono da tempo un rafforzamento delle politiche di tutela commerciale e un dialogo più stretto con le istituzioni europee, affinché il sistema europeo ponga in equilibrio difesa del mercato interno e apertura esterna.
Un elemento da tenere d’occhio è il ruolo dell’Unione Europea nel mitigare l’impatto delle barriere imposte da altri paesi. L’Italia, come membro centrale dell’UE, può beneficiare di strumenti europei di contrasto, contenziosi multilaterali presso l’Organizzazione Mondiale del Commercio, e accordi bilaterali che inseriscano clausole di protezione reciproca. Ma tali strumenti richiedono tempi lunghi, consenso politico e strategie diplomatiche solide, non semplici da manovrare in situazioni di escalation protezionistica.
C’è una dimensione di rischio macroeconomico che accompagna questo scenario: l’inasprimento delle barriere sui flussi di beni intermedi e di materie prime può alimentare inflazione e costi di produzione. Se i dazi si scaricano sulle imprese e in parte sui consumatori, la competitività diventa una strada in salita costante. Le politiche monetarie devono fare i conti con questa complessità: fronteggiare un’inflazione importata e contemporaneamente evitare che i dazi frenino la crescita interna è una delle sfide più difficili di questi anni.
Se dunque le barriere doganali si sono quasi triplicate in pochi anni, l’Italia pare mostrare una certa capacità di resistenza: non è immune agli urti, ma il tessuto produttivo riesce a trovare spazi di manovra. La sfida da qui in avanti sarà trasformare questa resistenza in vantaggio: anticipare le misure internazionali, preparare imprese con soluzioni adattive e mettere in campo politiche pubbliche in grado di compensare le vulnerabilità sistemiche in un mondo che appare sempre più diviso tra protezionismi di forza e aperture strategiche.

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