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Axios: attacco Usa all’Iran, 90% di probabilità. “Una guerra su vasta scala può iniziare molto presto”

18 feb
Tempo di lettura: 2 min

L’ipotesi di un attacco statunitense contro l’Iran con una probabilità stimata al 90%, rilanciata da fonti riportate dalla stampa americana, riporta il Medio Oriente sull’orlo di uno scenario di conflitto aperto che potrebbe estendersi ben oltre i confini regionali, coinvolgendo direttamente attori globali e incidendo in modo immediato sugli equilibri energetici e finanziari internazionali. La prospettiva di una guerra su vasta scala che “può iniziare molto presto” alimenta un clima di allerta nelle cancellerie occidentali e nei mercati, in un contesto già segnato da tensioni crescenti tra Washington e Teheran su dossier che spaziano dal programma nucleare iraniano al sostegno a milizie regionali attive in Libano, Siria, Iraq e Yemen. L’eventualità di un’azione militare preventiva o di risposta rappresenterebbe una svolta significativa rispetto alla strategia di deterrenza e pressione economica che ha caratterizzato gli ultimi anni.


Il deterioramento delle relazioni tra Stati Uniti e Iran si è intensificato a seguito di una serie di episodi che hanno coinvolto basi militari, interessi strategici e rotte marittime nel Golfo Persico, area cruciale per il traffico globale di idrocarburi. Washington accusa Teheran di aver rafforzato la propria capacità di proiezione attraverso alleati regionali, mentre l’Iran denuncia provocazioni e minacce alla propria sovranità. In questo quadro, un attacco diretto avrebbe implicazioni immediate sul piano militare, ma soprattutto sul piano geopolitico, perché potrebbe innescare una risposta a catena da parte di attori non statali e Stati alleati dell’Iran, ampliando il teatro dello scontro. Le basi americane nell’area e le infrastrutture energetiche diventerebbero potenziali obiettivi, con un rischio concreto di destabilizzazione estesa.


L’impatto economico di un conflitto aperto sarebbe rilevante. Il mercato petrolifero reagirebbe con un’immediata impennata dei prezzi, considerato il ruolo strategico dello Stretto di Hormuz come snodo per una quota significativa delle esportazioni mondiali di greggio. Un’interruzione o anche solo una minaccia alla navigazione commerciale in quell’area potrebbe generare volatilità sui mercati finanziari, pressione inflazionistica e ripercussioni sulle politiche monetarie delle principali economie. Le Borse internazionali tenderebbero a scontare un aumento del rischio geopolitico, con spostamento di capitali verso asset rifugio e tensioni sui mercati emergenti maggiormente esposti agli shock energetici.


Sul piano politico, un’azione militare statunitense richiederebbe una valutazione attenta delle alleanze regionali e del coordinamento con partner europei e mediorientali. Israele, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti osservano con estrema attenzione le mosse di Washington, mentre Russia e Cina mantengono una posizione critica verso eventuali interventi che possano alterare ulteriormente l’equilibrio regionale. La dimensione multilaterale del dossier iraniano rende qualsiasi escalation potenzialmente globale, in un sistema internazionale già caratterizzato da rivalità strategiche e competizione tra grandi potenze.


L’indicazione di una probabilità così elevata di attacco, pur non costituendo una decisione ufficiale, contribuisce a intensificare la percezione di imminenza del rischio. In scenari di alta tensione, la comunicazione strategica svolge un ruolo determinante, poiché può influenzare le scelte delle controparti e orientare le aspettative degli attori economici. La possibilità che un conflitto su larga scala possa iniziare a breve termine impone ai governi e agli operatori finanziari di valutare scenari alternativi e misure di contenimento degli effetti collaterali, in un contesto nel quale la stabilità regionale e globale appare sempre più fragile e soggetta a rapide accelerazioni degli eventi.

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