Trump pronto a licenziare Powell: la Casa Bianca valuta l’epurazione alla guida della Fed
- piscitellidaniel
- 16 lug
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Secondo indiscrezioni raccolte da fonti vicine alla Casa Bianca, Donald Trump, qualora rieletto presidente degli Stati Uniti, sarebbe intenzionato a licenziare Jerome Powell dalla presidenza della Federal Reserve prima della naturale scadenza del suo mandato, prevista per il 2026. L’ipotesi, che circola ormai da giorni in ambienti finanziari e istituzionali, è stata rilanciata con insistenza dai media economici americani e trova conferma anche in ambienti repubblicani vicini all’ex presidente. Il gesto rappresenterebbe un atto di rottura senza precedenti con la tradizione di indipendenza della banca centrale statunitense e segnerebbe una svolta profonda nelle relazioni tra Casa Bianca e Fed.
Trump, che da sempre ha criticato l’operato di Powell, lo aveva inizialmente nominato alla guida della Federal Reserve nel 2018, salvo poi pentirsene apertamente durante il suo mandato. I contrasti tra i due esplosero già nel 2019, quando Trump accusò Powell di mantenere i tassi di interesse troppo alti, ostacolando la crescita economica e la competitività americana. Durante la pandemia, nonostante il forte allentamento monetario promosso dalla Fed, le tensioni non si attenuarono. Con il passaggio a Biden e la conferma di Powell per un secondo mandato, la distanza politica si è ulteriormente ampliata, soprattutto sul fronte della lotta all’inflazione e della politica monetaria restrittiva.
Le ragioni dietro il possibile licenziamento sono molteplici. La prima è di natura ideologica: Trump vorrebbe un presidente della Fed più allineato con la sua visione di economia espansiva, crescita basata sul debito pubblico e svalutazione controllata del dollaro. Powell, al contrario, ha portato avanti una linea monetaria rigorosa, aumentando i tassi in modo aggressivo per contenere l’inflazione, anche a costo di rallentare l’economia e raffreddare il mercato del lavoro. La seconda motivazione è di natura politica: Trump intende rafforzare il controllo sugli organismi chiave del sistema economico e istituzionale per evitare freni o ostacoli alla sua agenda presidenziale, che include stimoli fiscali massicci, protezionismo commerciale e deregolamentazione.
La possibilità di rimuovere Powell anticipatamente, tuttavia, apre una serie di interrogativi giuridici e istituzionali. Il presidente della Fed, infatti, gode di un mandato indipendente di quattro anni, e può essere rimosso solo “per giusta causa”. Non esiste una giurisprudenza consolidata sul significato di questa espressione, e un eventuale licenziamento dovrebbe passare per un contenzioso legale che potrebbe finire alla Corte Suprema. Tuttavia, l’intenzione politica di Trump sarebbe quella di spingere Powell a dimettersi volontariamente attraverso una pressione istituzionale e mediatica, creando un clima tale da rendere la sua permanenza insostenibile.
L’eventualità di una rimozione forzata ha già prodotto reazioni preoccupate nei mercati finanziari. Gli investitori temono che un nuovo mandato di Trump porti a un indebolimento dell’indipendenza della Federal Reserve, con ripercussioni su stabilità dei tassi, gestione dell’inflazione e credibilità della politica monetaria. La Fed, nel suo ruolo, non risponde al potere esecutivo ma al Congresso, e il suo mandato è quello di garantire la stabilità dei prezzi e la piena occupazione, anche contro l’eventuale volontà del presidente in carica. Un cambio forzato al vertice minerebbe questa architettura, aumentando l’incertezza e la volatilità.
Tra i nomi in circolazione per la successione a Powell, qualora Trump attuasse il licenziamento, figurano Larry Kudlow, ex consigliere economico della Casa Bianca, e David Malpass, ex presidente della Banca Mondiale. Ma il nome più ricorrente è quello di Paul Bessent, ex responsabile degli investimenti per Soros Fund Management e considerato vicino all’universo trumpiano. Bessent è noto per posizioni espansive, favorevoli a tassi bassi e a una Fed più accomodante sul piano della liquidità. Una sua nomina potrebbe rappresentare una svolta radicale nell’approccio alla politica monetaria.
La stessa Fed, in ambienti interni, starebbe già valutando scenari alternativi. Alcuni membri del Board of Governors temono un attacco diretto all’indipendenza dell’istituzione e potrebbero decidere di dimettersi in blocco in caso di epurazione di Powell. Altri chiedono al Congresso di intervenire con una legge per rafforzare l’autonomia della banca centrale e limitare i poteri presidenziali in merito alla nomina e rimozione del presidente della Fed. Per ora, tuttavia, tutto resta sul piano delle ipotesi, in attesa dell’esito delle elezioni presidenziali di novembre.
L’amministrazione Biden, pur evitando commenti ufficiali, ha lasciato trapelare preoccupazione per la possibile ingerenza di Trump sulla Fed. Il segretario al Tesoro Janet Yellen ha difeso pubblicamente l’operato di Powell, sottolineando l’importanza della continuità e dell’indipendenza delle istituzioni monetarie. Anche da parte di esponenti repubblicani tradizionalisti non mancano perplessità. Alcuni senatori del GOP vedono con sospetto un eventuale commissariamento della Fed, temendo ripercussioni sulla fiducia internazionale nella solidità del sistema economico americano.
Le prossime settimane saranno cruciali. Se Trump dovesse confermare pubblicamente l’intenzione di sostituire Powell, il tema diventerebbe uno dei punti centrali della campagna elettorale. La questione potrebbe spaccare ulteriormente il fronte repubblicano e rilanciare il dibattito sulla riforma della governance monetaria negli Stati Uniti. Per ora, Powell continua a guidare la Fed con prudenza, ma il suo ruolo rischia di diventare il baricentro di una nuova battaglia politica tra autonomia istituzionale e sovranità esecutiva.

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