Trump contro Mamdani: minacce di arresto al candidato socialista di New York
- piscitellidaniel
- 2 lug
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La campagna elettorale americana si arricchisce di un nuovo, clamoroso capitolo di tensioni politiche dopo le dichiarazioni dell’ex presidente Donald Trump rivolte contro Zohran Mamdani, giovane esponente socialista e deputato dell’Assemblea di New York. Mamdani, noto per la sua appartenenza al movimento Democratic Socialists of America (DSA) e per le sue posizioni fortemente critiche nei confronti delle politiche israeliane, è finito nel mirino di Trump, che durante un comizio ha evocato la possibilità di “vederlo arrestato” per le sue affermazioni considerate da alcuni ambienti conservatori “antiamericane” e “pericolose”.
Il caso nasce da una serie di dichiarazioni pubbliche rilasciate da Mamdani in cui critica il sostegno militare degli Stati Uniti a Israele, in particolare durante il conflitto in corso nella Striscia di Gaza. Mamdani ha denunciato più volte le violazioni dei diritti umani da parte del governo di Netanyahu, invocando un cessate il fuoco immediato e condannando la vendita di armi a Tel Aviv. In un’intervista recente, il deputato ha definito il sostegno incondizionato degli Stati Uniti “complicità morale e materiale” in un contesto di “apartheid e oppressione del popolo palestinese”.
Queste posizioni, sostenute anche da altri esponenti del DSA e da un’ala radicale del Partito Democratico, hanno scatenato la reazione durissima dei conservatori, che vedono in figure come Mamdani una minaccia all’alleanza storica tra Washington e Israele. Donald Trump, attualmente in campagna per ottenere la nomination repubblicana alle elezioni presidenziali del 2024, ha colto l’occasione per attaccare Mamdani pubblicamente, definendolo un “pericolo per la sicurezza nazionale” e aggiungendo che “se fosse per lui, questi individui finirebbero dietro le sbarre”. Una frase che, pur priva di alcun riferimento a un’inchiesta concreta, ha immediatamente suscitato un’ondata di reazioni.
Zohran Mamdani, nato in Uganda da una famiglia di origini indiane e trasferitosi negli Stati Uniti da bambino, è una figura emergente della sinistra newyorkese. Eletto all’Assemblea statale nel 2020, si è distinto per un’agenda politica fortemente orientata alla giustizia sociale, al diritto alla casa e alla riforma del sistema penale. È anche uno dei pochi politici americani ad aver aderito esplicitamente alla campagna BDS (Boycott, Divestment and Sanctions), che promuove sanzioni economiche contro Israele come forma di pressione politica.
Le parole di Trump sono state interpretate da molti osservatori come un tentativo di criminalizzare l’opposizione politica e di spostare l’asse del dibattito su un terreno di conflitto identitario. L’American Civil Liberties Union (ACLU) ha rilasciato un comunicato in cui si afferma che “le minacce di arresto contro esponenti politici per le loro opinioni sono incompatibili con la Costituzione americana”. Anche diversi esponenti del Partito Democratico, pur non condividendo le posizioni di Mamdani, hanno espresso solidarietà al collega, denunciando l’escalation retorica della destra.
Il contesto in cui si inserisce questo scontro è quello di una crescente polarizzazione sulla politica estera americana e, in particolare, sul conflitto israelo-palestinese. Mentre il Partito Repubblicano continua a sostenere in modo compatto il governo israeliano, tra i democratici si stanno aprendo crepe significative. Numerosi esponenti progressisti, come Alexandria Ocasio-Cortez, Ilhan Omar e Rashida Tlaib, hanno preso posizioni simili a quelle di Mamdani, alimentando una frattura ideologica tra l’establishment del partito e la sua base più giovane e radicale.
L’episodio sta avendo anche una forte risonanza mediatica. I principali quotidiani statunitensi, così come le reti televisive e i social network, si sono divisi tra chi difende il diritto alla libertà di espressione e chi denuncia l’uso strumentale di temi sensibili per motivi elettorali. Alcuni editoriali hanno paragonato le parole di Trump a quelle pronunciate in passato contro la “squadra” di deputate progressiste note come “The Squad”, accusate di essere antiamericane per il loro sostegno a cause considerate controverse.
Nel frattempo, Mamdani ha ricevuto un forte sostegno da parte della base militante e dalle associazioni per i diritti civili. In una dichiarazione diffusa attraverso i suoi canali social, ha affermato che “nessuna intimidazione potrà fermare il nostro impegno per la giustizia” e ha ribadito il diritto dei cittadini americani, in particolare dei loro rappresentanti eletti, di criticare le politiche estere del proprio governo e degli alleati, senza essere per questo tacciati di slealtà o criminalità.
Il clima negli Stati Uniti, a poco più di un anno dalle presidenziali, continua dunque a farsi sempre più incandescente. Il caso Mamdani rappresenta solo l’ultimo esempio di come le divisioni politiche si stiano radicalizzando anche su tematiche che, fino a pochi anni fa, godevano di un consenso trasversale. Il sostegno a Israele, un tempo condiviso da repubblicani e democratici, è oggi oggetto di un dibattito aspro che attraversa e spacca i due principali partiti. In questo quadro, la libertà di espressione e il ruolo dei rappresentanti politici più critici verso lo status quo si trovano sempre più sotto pressione.

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