Trump attacca Powell e la Fed: la Casa Bianca torna nel mirino della politica monetaria americana
- piscitellidaniel
- 11 lug
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Donald Trump ha inaugurato una nuova fase della sua campagna presidenziale con un attacco diretto e violento alla Federal Reserve e al suo presidente Jerome Powell. In un’intervista rilasciata a Fox Business, l’ex presidente ha accusato Powell di agire in modo “politicamente motivato”, insinuando che la banca centrale americana stia mantenendo i tassi d’interesse artificialmente alti per ostacolare la sua rielezione. Le dichiarazioni, arrivate a meno di quattro mesi dalle elezioni presidenziali, segnano una brusca escalation nel rapporto già teso tra Trump e l’attuale vertice della Fed, e aprono uno scenario di forti pressioni istituzionali sulla più importante autorità monetaria del mondo.
Durante il suo intervento, Trump ha definito Powell “patetico” e ha accusato la Federal Reserve di “fare politica invece che economia”. Secondo l’ex presidente, la Fed starebbe rinviando deliberatamente il taglio dei tassi per non favorire il suo ritorno alla Casa Bianca. Ha affermato che se la banca centrale agisse solo in base ai dati economici, avrebbe già dovuto iniziare un ciclo di allentamento monetario, considerando il rallentamento dell’inflazione e i primi segnali di raffreddamento dell’economia reale. Invece, sostiene Trump, la Fed starebbe tenendo alta la pressione per aiutare Joe Biden, con cui Powell ha un presunto rapporto di connivenza, nonostante sia stato nominato da lui stesso nel 2017 e confermato da Biden nel 2022.
Le implicazioni istituzionali dell’attacco a Powell
L’attacco diretto al presidente della Fed è particolarmente rilevante per le implicazioni che potrebbe avere sull’indipendenza della banca centrale, principio cardine dell’equilibrio democratico degli Stati Uniti. La Federal Reserve, sin dalla sua creazione nel 1913, ha operato come organismo indipendente dal potere esecutivo proprio per garantire decisioni fondate su criteri tecnici e non su considerazioni elettorali. Le parole di Trump mettono ora in discussione questa separazione, in un momento di grande incertezza politica ed economica.
Nell’ambito della campagna elettorale, Trump ha già fatto intendere che, se eletto, non rinnoverà l’incarico a Powell, che scade nel 2026, e potrebbe cercare di accelerarne la rimozione. Si tratterebbe di una mossa senza precedenti, considerando che il mandato del presidente della Fed è protetto da precise garanzie istituzionali, proprio per evitare pressioni da parte dell’esecutivo. Tuttavia, Trump ha già dimostrato durante il suo primo mandato di non avere remore nel mettere in discussione i limiti del proprio potere e di sfidare apertamente le consuetudini costituzionali.
La Fed di fronte al bivio dei tassi
La politica monetaria americana è in una fase di attesa e transizione. Dopo una serie storica di rialzi che ha portato il tasso di riferimento tra il 5,25% e il 5,50%, la Fed ha adottato un approccio prudente, mantenendo i tassi fermi da mesi e monitorando da vicino i dati su inflazione, occupazione e crescita. L’ultimo comunicato del Federal Open Market Committee ha ribadito che saranno necessarie “ulteriori prove di un raffreddamento sostenibile dell’inflazione” prima di avviare una riduzione del costo del denaro.
Le proiezioni pubblicate a giugno indicano un possibile primo taglio a fine 2025, ma con margini ancora incerti. Il presidente Powell ha spiegato in più occasioni che l’obiettivo primario resta la stabilità dei prezzi, e che eventuali tagli anticipati potrebbero alimentare nuove pressioni inflazionistiche. La Fed, insomma, cammina su un crinale sottile: da un lato la necessità di non soffocare la crescita economica, dall’altro l’impegno a riportare l’inflazione stabilmente verso il 2%.
Le dichiarazioni di Trump rischiano di compromettere la percezione di neutralità dell’istituzione, spingendo gli investitori a temere un possibile indebolimento della Fed in caso di una sua rielezione. I mercati, almeno per ora, non sembrano aver reagito con eccessiva volatilità, ma l’attenzione resta altissima, soprattutto se dovessero emergere altri segnali di scontro istituzionale.
Una Fed sotto attacco anche da altri fronti
Non è solo Trump a criticare Powell. Anche da ambienti progressisti arrivano pressioni per una politica monetaria più accomodante. Alcuni senatori democratici hanno chiesto tagli più rapidi ai tassi per sostenere l’occupazione e facilitare l’accesso al credito, specialmente nelle comunità più vulnerabili. Powell si trova quindi in una posizione complessa, stretto tra richieste opposte e sotto il peso crescente dell’opinione pubblica.
Il rischio, evidenziato da numerosi analisti, è che la Fed venga trascinata sempre più nel dibattito politico, perdendo quella credibilità che per decenni è stata la sua principale forza. Se gli operatori inizieranno a percepire le decisioni della banca centrale come motivate da pressioni politiche, si potrebbe assistere a un deterioramento della fiducia nei confronti dell’intero sistema finanziario americano.
Powell, nella sua recente testimonianza davanti al Congresso, ha respinto con fermezza ogni accusa di condizionamento politico, ribadendo l’indipendenza della Fed e la sua intenzione di agire “esclusivamente in base ai dati”. Tuttavia, le sue parole non sembrano aver placato Trump, che ha rilanciato l’attacco anche sui social network, definendo Powell “un disastro totale” e prefigurando una “nuova era della politica monetaria americana” se dovesse tornare alla guida del Paese.
La strategia elettorale di Trump e l’economia al centro della campagna
Le critiche alla Fed si inseriscono in una strategia elettorale ben precisa. Trump intende porre l’economia al centro della sua campagna, promettendo tagli fiscali, deregulation e una politica monetaria “più favorevole alla crescita”. Attaccare Powell significa per lui individuare un capro espiatorio per i rallentamenti economici e per l’elevato costo del denaro, attribuendo alla banca centrale le difficoltà delle famiglie americane a ottenere mutui, prestiti e credito al consumo.
Nello stesso tempo, l’ex presidente cerca di dipingere l’amministrazione Biden come incapace di guidare la ripresa, e la Fed come complice di una gestione economica fallimentare. Questa retorica, seppur fortemente polarizzante, trova consenso in una parte dell’elettorato più colpito dagli effetti dei rialzi dei tassi: piccoli imprenditori, lavoratori a reddito medio e giovani in cerca di casa.
Secondo gli ultimi sondaggi, l’economia resta una delle principali preoccupazioni degli elettori statunitensi, e Trump punta a sfruttare questo sentimento per rimarcare le differenze con il suo rivale. Se da un lato Biden difende l’indipendenza della Fed e la sua strategia graduale per riportare l’inflazione sotto controllo, Trump propone un approccio più interventista, volto a forzare una svolta rapida nella politica dei tassi.
La sfida tra i due modelli economici è destinata a diventare uno dei temi dominanti dei prossimi mesi, con la Fed costretta a mantenere una rotta neutrale tra due fuochi sempre più vicini. Powell, nel frattempo, si prepara a una delle fasi più delicate del suo mandato, consapevole che ogni decisione – o non decisione – potrà essere interpretata come una scelta politica in un contesto elettorale infuocato.

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