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Strage a Sweida: oltre 350 morti in Siria e il presidente Al Sharaa accusa Israele di destabilizzare la regione

La Siria è sprofondata in un nuovo abisso di violenza dopo l’attacco che ha colpito la città di Sweida, nel sud del paese, provocando oltre 350 morti in quello che si configura come uno degli episodi più gravi degli ultimi anni. Il presidente siriano Faisal Al Sharaa ha puntato il dito contro Israele, accusandolo apertamente di essere il responsabile diretto della destabilizzazione nella regione, attraverso operazioni militari mirate e appoggi a forze armate ribelli.


L’attacco, avvenuto nella notte tra domenica e lunedì, ha colpito obiettivi civili e militari nella zona a maggioranza drusa di Sweida. Secondo fonti locali e osservatori indipendenti, l’azione avrebbe coinvolto raid aerei multipli, con esplosioni che hanno distrutto interi quartieri e colpito strutture sanitarie, scuole e depositi di carburante. Il bilancio, ancora provvisorio, parla di oltre 350 vittime, di cui circa 70 donne e bambini, e più di 600 feriti. L’esercito siriano ha dichiarato che alcuni dei raid sono partiti dallo spazio aereo libanese e che sono stati utilizzati droni ad alta precisione e missili aria-terra.


Il presidente Al Sharaa ha rilasciato un discorso televisivo nel quale ha accusato Israele di voler innescare una nuova escalation militare nel sud del paese, sfruttando la frammentazione interna e l’instabilità dei territori ancora contesi. Ha definito l’attacco “un crimine di guerra” e ha chiesto un intervento urgente da parte delle Nazioni Unite per fermare quella che ha definito “una campagna sistematica di aggressione” condotta con il silenzio complice della comunità internazionale. Secondo Al Sharaa, Israele starebbe cercando di provocare il collasso definitivo della Siria per ridisegnare l’equilibrio geopolitico della regione.


Da parte israeliana, al momento non è arrivata alcuna conferma ufficiale dell’attacco. Tuttavia, fonti anonime citate dalla stampa israeliana hanno indicato che le forze armate dello Stato ebraico sarebbero effettivamente coinvolte in operazioni contro obiettivi ritenuti “minacce imminenti alla sicurezza nazionale”, tra cui depositi di armi forniti dall’Iran alle milizie filo-Assad. In particolare, a Sweida sarebbero stati localizzati centri logistici gestiti da Hezbollah e dalla Forza Quds iraniana, che avrebbero agito sotto copertura nelle strutture civili colpite.


L’episodio ha immediatamente avuto ripercussioni a livello internazionale. La Russia, storica alleata della Siria, ha condannato con forza l’attacco definendolo “una grave violazione della sovranità siriana” e ha chiesto una riunione urgente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Anche l’Iran ha espresso indignazione, promettendo una risposta “ferma e proporzionata”. Gli Stati Uniti, dal canto loro, hanno evitato di prendere una posizione netta, limitandosi a esprimere preoccupazione per l’alto numero di vittime civili e a sollecitare una de-escalation.


L’Unione Europea ha rilasciato un comunicato in cui chiede una verifica indipendente sui fatti, ribadendo la necessità di rispettare il diritto internazionale umanitario e di proteggere le popolazioni civili. Alcuni parlamentari europei hanno tuttavia chiesto sanzioni nei confronti dei responsabili, nel caso in cui si accertasse che sono stati colpiti obiettivi civili intenzionalmente.


L’attacco a Sweida rischia di riaccendere in modo drammatico il conflitto siriano, che negli ultimi mesi sembrava essersi stabilizzato in alcune aree sotto il controllo del regime di Damasco. La provincia di Sweida, finora relativamente marginale nello scenario bellico, ospita una numerosa minoranza drusa che aveva mantenuto una certa autonomia rispetto alle principali forze in campo, senza schierarsi apertamente né con il regime né con i ribelli. La sua destabilizzazione rappresenta quindi un nuovo fronte di crisi che potrebbe alterare gli equilibri interni e regionali.


Sul terreno, l’esercito siriano ha rafforzato la presenza militare nei dintorni della città, dichiarando lo stato di emergenza e imponendo il coprifuoco. Sono state interrotte le comunicazioni e bloccati i collegamenti stradali, mentre squadre di soccorso si sono affrettate a scavare tra le macerie alla ricerca di sopravvissuti. Le immagini diffuse dai media siriani mostrano uno scenario di distruzione totale, con edifici crollati, ambulanze bloccate e ospedali al collasso.

Organizzazioni umanitarie come la Mezzaluna Rossa e Medici Senza Frontiere hanno lanciato appelli per l’invio immediato di aiuti, sottolineando la carenza di farmaci, sangue e attrezzature mediche. Le ONG denunciano inoltre la difficoltà di accesso alla zona a causa della militarizzazione e della mancanza di corridoi umanitari sicuri. L’ONU, attraverso l’inviato speciale per la Siria, ha chiesto a tutte le parti di consentire l’accesso immediato agli aiuti e ha promesso un’indagine indipendente sui fatti.


La situazione a Sweida si inserisce in un contesto regionale sempre più fragile. Le tensioni tra Israele, Iran e Siria sono aumentate negli ultimi mesi, con scambi di accuse, raid sporadici e operazioni di sabotaggio. Il rischio di un’escalation regionale è concreto, soprattutto se la Siria dovesse chiedere formalmente l’intervento diretto di alleati come l’Iran o gruppi armati come Hezbollah. In questo scenario, anche il ruolo della Turchia, presente militarmente nel nord del paese, potrebbe diventare ancora più ambiguo, aggravando la frammentazione del conflitto.


L’attacco di Sweida segna un punto di svolta nel conflitto siriano. Dopo anni di guerra civile, repressioni e crisi umanitarie, il paese sembrava avviarsi verso una fragile tregua. Ma l’irruzione di nuovi attori, la presenza crescente di forze straniere e il riaccendersi delle tensioni settarie mostrano che la pace resta un obiettivo lontano. La città martoriata del sud potrebbe diventare, ancora una volta, il simbolo del fallimento della comunità internazionale nel prevenire le tragedie umanitarie in Medio Oriente.

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