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Sempre più pensionati tornano al lavoro: crescono i numeri in Italia e nel Nord Europa

In Europa il numero di pensionati che scelgono di rientrare nel mondo del lavoro è in aumento costante. Secondo i dati più recenti pubblicati da Eurostat, nel 2023 circa il 13% dei neo pensionati nei paesi dell’Unione ha continuato a svolgere un’attività lavorativa nei sei mesi successivi all’uscita ufficiale dal mercato del lavoro. La media italiana si attesta al 9,4%, ma con un trend in crescita, soprattutto nelle regioni del Nord, dove il tasso di reinserimento post-pensionamento è superiore a quello del Mezzogiorno.


Dietro questo fenomeno si celano motivazioni di natura economica, sociale e personale. Da un lato, l’adeguatezza dell’assegno pensionistico non sempre è sufficiente a coprire il costo della vita, soprattutto nelle aree urbane dove l’inflazione ha inciso in modo significativo su beni essenziali e servizi. Dall’altro lato, la spinta a restare attivi anche dopo la pensione è dettata da esigenze identitarie e di utilità sociale. Molti pensionati trovano nel lavoro una funzione di realizzazione personale, di contatto con la comunità e di esercizio delle proprie competenze.


Il quadro europeo mostra differenze marcate da paese a paese. Nei Paesi Baltici e nel Nord Europa il fenomeno è ormai consolidato. In Estonia oltre la metà dei pensionati – il 54,9% – risulta impiegato nei mesi successivi al pensionamento, una percentuale che riflette un contesto in cui l’età di uscita dal lavoro è più flessibile, la partecipazione al lavoro autonomo più diffusa e l’accesso a una rete previdenziale meno generosa rispetto ad altri paesi occidentali. In Svezia, Danimarca e Finlandia i tassi si mantengono sopra il 30%, mentre in Romania e Bulgaria non superano il 2%.


In Italia, la quota del 9,4% è cresciuta progressivamente negli ultimi anni. Nel 2013 il dato si fermava attorno al 6%, a dimostrazione di un cambiamento nella percezione del lavoro post-pensionamento. A rientrare sono per lo più uomini (nel 59% dei casi), prevalentemente autonomi o professionisti, ma aumentano anche i contratti part-time stipulati da ex dipendenti che rientrano a supporto dell’impresa familiare, come accade spesso nell’agricoltura e nel commercio. Tra le regioni con la più alta incidenza di pensionati attivi figurano Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna e Toscana.


L’età media del pensionato lavoratore è compresa tra i 66 e i 70 anni, ma cresce anche la fascia over 70, grazie a migliori condizioni di salute e alla diffusione di modalità di lavoro flessibili e da remoto. Un aspetto rilevante è la diffusione del lavoro occasionale o saltuario: molti pensionati si dedicano a consulenze, formazione, attività culturali o di supporto amministrativo, senza vincoli contrattuali rigidi. Questo rende difficile stimare con esattezza l’incidenza reale del fenomeno, che potrebbe essere più elevata di quanto rilevato ufficialmente.


La ripresa del lavoro in età avanzata ha implicazioni dirette sul mercato occupazionale e sul sistema previdenziale. Da un lato, contribuisce alla tenuta del gettito contributivo e alla trasmissione di competenze tra generazioni, specialmente in settori ad alta intensità di esperienza come artigianato, sanità, consulenza e formazione. Dall’altro, solleva il problema della concorrenza per l’accesso al lavoro, soprattutto per le fasce giovanili, in un contesto dove la disoccupazione giovanile resta elevata, in particolare nel Mezzogiorno.


A livello normativo, la legislazione italiana consente ai pensionati di svolgere attività lavorativa, sia autonoma che dipendente, senza perdere il diritto all’assegno previdenziale, a patto che vengano rispettati alcuni vincoli fiscali e contributivi. Ciò ha favorito la diffusione del fenomeno, anche se restano alcune criticità legate al cumulo dei redditi e alla fiscalità applicata sui redditi da pensione e da lavoro congiunti. Alcune proposte parlamentari hanno ipotizzato una defiscalizzazione parziale per i pensionati che rientrano nel mondo del lavoro, soprattutto in aree carenti di manodopera o in settori in crisi.


Il rientro al lavoro dei pensionati rappresenta anche una risposta individuale alla trasformazione del concetto stesso di età pensionabile. In un contesto demografico in cui la longevità aumenta, ma la sostenibilità del sistema pensionistico resta fragile, il prolungamento della vita lavorativa – anche in forme ridotte o ibride – appare sempre più come una scelta obbligata o comunque incentivata. Il tema dell’invecchiamento attivo e della flessibilità in uscita dal mondo del lavoro diventa quindi centrale per le politiche pubbliche.


Il fenomeno, infine, si intreccia con le trasformazioni tecnologiche e organizzative del lavoro. Il ricorso allo smart working, l’automazione di alcune mansioni e la diffusione di piattaforme digitali hanno reso possibile per molti pensionati mantenere un’attività lavorativa compatibile con l’età e con la propria condizione fisica. Questo aspetto suggerisce una nuova idea di “seconda carriera” che non è più appannaggio solo di professionisti altamente qualificati, ma che si apre anche a ex operai, impiegati, artigiani e piccoli imprenditori.

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