Reporter CNN aggredito in Cisgiordania, l’ONU lancia l’allarme: operazioni umanitarie a Gaza sull’orlo del collasso
- piscitellidaniel
- 15 lug
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Un giornalista della CNN è stato aggredito nella giornata del 14 luglio durante un’operazione delle forze israeliane nella Cisgiordania occupata, in un episodio che ha sollevato immediatamente reazioni internazionali e alimentato ulteriori tensioni nel contesto già esplosivo del conflitto israelo-palestinese. L’attacco al reporter si inserisce in una cornice di crescente ostilità verso i media che operano nei territori palestinesi, mentre nella Striscia di Gaza la situazione umanitaria si aggrava di giorno in giorno. Secondo le Nazioni Unite, le operazioni militari in corso stanno compromettendo gravemente la capacità delle organizzazioni umanitarie di fornire aiuti essenziali, portando la popolazione civile al limite della sopravvivenza.
Il giornalista, un collaboratore statunitense della CNN, si trovava nell’area di Tulkarem per documentare una serie di incursioni militari condotte dalle forze israeliane in seguito a sospetti legati ad attività terroristiche. Durante le operazioni, testimoni riferiscono che il team giornalistico è stato colpito da proiettili di gomma e da frammenti provenienti da esplosioni controllate, nonostante indossasse giubbotti identificativi con la scritta “Press”. L’aggressione, avvenuta in pieno giorno, ha riacceso le polemiche sulla libertà di stampa nei territori occupati e sull’uso sproporzionato della forza da parte dell’esercito israeliano anche in presenza di operatori civili.
L’incidente ha suscitato l’immediata reazione della CNN, che ha chiesto alle autorità israeliane un’indagine urgente per accertare le responsabilità e ha chiesto garanzie per la sicurezza dei propri giornalisti impegnati in aree di guerra. Diverse organizzazioni internazionali, tra cui il Committee to Protect Journalists e Reporter sans frontières, hanno condannato l’accaduto parlando di un “attacco deliberato alla libertà di informazione” e hanno ricordato che, secondo le convenzioni internazionali, i giornalisti sono considerati civili protetti durante i conflitti armati.
La tensione resta altissima anche nella Striscia di Gaza, dove le operazioni militari israeliane proseguono senza interruzione. Secondo quanto riferito da Stéphane Dujarric, portavoce del Segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres, le condizioni umanitarie nel territorio costiero sono ormai “disperate”. Gli attacchi su vasta scala, i blocchi ai valichi di frontiera e la distruzione di infrastrutture vitali hanno messo in ginocchio il sistema di distribuzione degli aiuti, rendendo praticamente impossibile la consegna regolare di acqua, cibo e medicinali.
L’ONU ha dichiarato che il sistema di aiuti rischia il collasso totale entro poche settimane se non verranno prese misure urgenti. La chiusura temporanea del valico di Kerem Shalom, il principale punto d’ingresso degli aiuti umanitari da Israele, ha ridotto dell’80% il flusso di rifornimenti destinati alla popolazione civile di Gaza. Anche l’attraversamento di Rafah, sul lato egiziano, continua a essere fortemente limitato da ostacoli logistici e politici, aggravando l’isolamento dell’enclave palestinese.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha segnalato che oltre il 60% delle strutture sanitarie a Gaza sono fuori uso, mentre gli ospedali funzionanti operano al di sopra della loro capacità con carenze drammatiche di personale, attrezzature e combustibile. Alcuni centri medici sono stati trasformati in rifugi per sfollati, con decine di migliaia di persone che vivono in condizioni igienico-sanitarie precarie e senza accesso all’acqua potabile. Secondo l’UNICEF, più di 300.000 bambini a Gaza sono oggi in situazione di estrema vulnerabilità, a rischio di malnutrizione, traumi psicologici e malattie infettive.
In questo quadro, l’aggressione al giornalista in Cisgiordania assume un valore simbolico che va oltre l’episodio stesso. Le forze israeliane sono accusate da più fronti di voler limitare l’accesso dei media indipendenti nelle aree sotto occupazione militare, impedendo la documentazione di operazioni controverse e di possibili violazioni del diritto internazionale. La presenza di giornalisti sul campo rappresenta una delle ultime garanzie di trasparenza in un conflitto che si gioca anche sul fronte dell’informazione e della percezione pubblica.
La leadership palestinese ha denunciato l’accaduto come “ennesimo esempio della brutalità dell’occupazione israeliana” e ha chiesto alla comunità internazionale di garantire protezione ai giornalisti nei territori palestinesi. La portavoce del governo dell’Autorità Nazionale Palestinese ha definito “inaccettabile” che un reporter straniero venga colpito mentre svolge il proprio lavoro in modo pacifico e trasparente. A Gaza, Hamas ha interpretato l’incidente come la prova della volontà israeliana di oscurare la verità su quanto avviene nel conflitto.
Le autorità israeliane, da parte loro, hanno dichiarato che l’incidente è oggetto di indagine, ma hanno sottolineato che l’operazione in corso aveva come obiettivo “elementi armati coinvolti in piani terroristici imminenti”. L’esercito ha ribadito di fare il possibile per evitare danni ai civili e ai giornalisti, ma ha aggiunto che in un contesto di combattimento urbano le situazioni possono evolvere rapidamente. Fonti militari hanno lasciato intendere che il reporter potrebbe essersi trovato in una zona non autorizzata o esposta a pericoli imprevisti, una versione che però è contestata da numerosi osservatori internazionali.
In parallelo, l’ONU e varie agenzie umanitarie hanno rinnovato l’appello per una tregua immediata che consenta il ripristino dei corridoi umanitari e la protezione del personale medico e giornalistico. Le condizioni attuali, secondo gli organismi multilaterali, non permettono la normale operatività delle missioni umanitarie e rischiano di trasformare Gaza in una zona di crisi permanente, con conseguenze devastanti per l’intera regione. Sul fronte diplomatico, cresce la pressione sugli attori internazionali per mediare una sospensione delle ostilità che consenta almeno l’evacuazione dei feriti gravi e la distribuzione di beni essenziali.

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