Pizzaballa critica il “Board of Peace” definendolo un’operazione colonialista e riaccende il dibattito sul linguaggio della pace
- piscitellidaniel
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Le parole del cardinale Pierbattista Pizzaballa, che ha definito il cosiddetto “Board of Peace” un’operazione colonialista, intervengono con forza nel dibattito internazionale sul modo in cui vengono costruite e rappresentate le iniziative di pace nei contesti di conflitto. La presa di posizione non riguarda soltanto uno specifico organismo o progetto, ma investe una questione più ampia: il rischio che strumenti presentati come neutrali e pacificatori finiscano per riprodurre logiche di potere sbilanciate, nelle quali le comunità direttamente coinvolte vengono marginalizzate o ridotte a oggetto di decisioni prese altrove. Pizzaballa richiama l’attenzione su un approccio che, pur utilizzando un lessico conciliatorio, può risultare estraneo alle dinamiche reali dei territori e delle persone che vivono il conflitto sulla propria pelle. In questo senso, la critica al “Board of Peace” assume un valore simbolico, perché mette in discussione la legittimità di processi calati dall’alto e rivestiti di una patina morale che rischia di nascondere rapporti di forza asimmetrici.
Il riferimento al colonialismo non è casuale e non va letto come una provocazione retorica, ma come una categoria interpretativa che evidenzia la persistenza di modelli decisionali in cui attori esterni si arrogano il diritto di definire priorità, soluzioni e percorsi, senza un reale coinvolgimento delle comunità locali. Secondo Pizzaballa, iniziative di questo tipo possono trasformarsi in strumenti di rappresentazione più che di trasformazione, utili a rassicurare l’opinione pubblica internazionale ma incapaci di incidere sulle cause profonde del conflitto. Il rischio è quello di una pace declinata come esercizio di governance simbolica, dove il consenso viene costruito attraverso immagini e dichiarazioni, mentre sul terreno continuano a mancare giustizia, sicurezza e riconoscimento reciproco. La critica si inserisce in una visione che privilegia l’ascolto delle realtà locali e la centralità delle persone coinvolte, rispetto a schemi preconfezionati che rispondono a logiche esterne.
Il ruolo di Pizzaballa, come figura religiosa profondamente radicata nel contesto mediorientale, conferisce a queste parole un peso particolare. La sua esperienza diretta nei territori segnati dal conflitto gli consente di osservare le distorsioni che possono nascere quando il discorso sulla pace viene separato dalla vita quotidiana delle comunità. La definizione di “operazione colonialista” non è dunque un rifiuto del dialogo o della mediazione, ma una denuncia di quei meccanismi che rischiano di svuotare la pace del suo contenuto reale. In questa prospettiva, la pace non può essere il prodotto di un consiglio o di un board che opera a distanza, ma deve nascere da processi inclusivi, lenti e spesso conflittuali, nei quali le parti riconoscono reciprocamente la propria dignità e il proprio diritto di parola. L’intervento di Pizzaballa richiama anche la responsabilità delle istituzioni religiose e civili nel non prestarsi a iniziative che, pur animate da buone intenzioni, finiscono per rafforzare squilibri esistenti.
La polemica sul “Board of Peace” apre infine una riflessione più ampia sul linguaggio utilizzato nel dibattito internazionale. Termini come pace, dialogo e riconciliazione rischiano di diventare formule vuote se non sono accompagnati da un reale cambiamento delle condizioni materiali e politiche. La critica di Pizzaballa invita a interrogarsi su chi definisce l’agenda della pace e su quali interessi vengano serviti da determinate iniziative. In un contesto segnato da conflitti prolungati e da profonde disuguaglianze, la costruzione della pace richiede un approccio che rifiuti scorciatoie simboliche e che affronti le radici del problema, anche quando questo comporta scelte scomode e tempi lunghi. Le sue parole riportano il dibattito su un piano più esigente, nel quale la pace non è un marchio da esibire, ma un processo complesso che deve misurarsi con la realtà concreta dei rapporti di potere e con la voce di chi vive quotidianamente le conseguenze del conflitto.

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