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Federmacchine scende in campo per difendere la clausola Made in Ue tra industria, concorrenza e sovranità produttiva

La mobilitazione di Federmacchine a difesa della clausola Made in Ue segna un passaggio rilevante nel confronto tra industria manifatturiera e politiche europee, in una fase nella quale la competizione globale mette sotto pressione le catene del valore e i modelli produttivi tradizionali. La clausola, che mira a privilegiare componenti e produzioni realizzate all’interno dell’Unione europea, viene considerata dall’associazione un presidio essenziale per tutelare il tessuto industriale continentale e garantire condizioni di concorrenza più equilibrate. Federmacchine sottolinea come l’industria dei beni strumentali rappresenti uno degli assi portanti della manifattura europea, con un forte contenuto tecnologico e una capacità di esportazione che rischiano di essere indebolite se le regole del mercato non tengono conto dell’origine delle produzioni. La difesa del Made in Ue viene quindi presentata non come una misura protezionistica, ma come uno strumento di riequilibrio in un contesto globale caratterizzato da forti asimmetrie.


Il timore espresso da Federmacchine riguarda l’erosione progressiva della base produttiva europea a causa di pratiche concorrenziali aggressive da parte di Paesi extra Ue, dove i costi di produzione, le regole ambientali e gli standard sociali sono spesso molto diversi. In assenza di una clausola che valorizzi l’origine europea dei prodotti, le imprese rischiano di competere in condizioni svantaggiose, con effetti diretti su investimenti, occupazione e capacità di innovazione. L’industria dei macchinari, in particolare, richiede cicli di sviluppo lunghi e investimenti significativi in ricerca e capitale umano, elementi difficilmente sostenibili se il mercato premia esclusivamente il prezzo finale. La clausola Made in Ue viene quindi interpretata come una leva per riconoscere il valore aggiunto di produzioni che rispettano standard elevati e che contribuiscono alla resilienza delle filiere industriali europee.


La posizione di Federmacchine si inserisce in un dibattito più ampio sul futuro della politica industriale europea e sul ruolo delle regole negli appalti e nei programmi di sostegno. L’associazione evidenzia come la difesa del Made in Ue sia coerente con gli obiettivi di autonomia strategica e di rafforzamento delle capacità produttive interne, soprattutto in settori considerati critici. La pandemia e le tensioni geopolitiche hanno mostrato la fragilità di filiere eccessivamente dipendenti dall’estero, rendendo evidente la necessità di preservare competenze e capacità produttive sul territorio europeo. In questo quadro, la clausola non viene vista come un ostacolo all’apertura dei mercati, ma come un criterio per orientare le scelte pubbliche e private verso soluzioni che rafforzino l’industria continentale e riducano i rischi di dipendenza.


La difesa della clausola Made in Ue assume anche una valenza politica, perché chiama le istituzioni europee a una scelta di campo chiara tra apertura indiscriminata e tutela di un modello industriale basato su qualità, innovazione e sostenibilità. Federmacchine chiede che l’Europa non rinunci a strumenti che consentono di valorizzare il proprio patrimonio produttivo, evitando che la concorrenza si traduca in una corsa al ribasso su costi e standard. La partita riguarda la capacità dell’industria europea di restare competitiva senza sacrificare occupazione e know how, in un contesto globale sempre più frammentato. L’intervento dell’associazione rappresenta quindi un richiamo a una visione industriale di lungo periodo, nella quale il Made in Ue non è solo un’etichetta, ma un elemento strategico per garantire equilibrio tra mercato, innovazione e sovranità produttiva.

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