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Netanyahu vola negli Stati Uniti mentre a Gaza si intravede uno spiraglio di tregua: possibile accordo nei prossimi giorni

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu è partito per Washington mentre le trattative per un cessate il fuoco a Gaza entrano in una fase delicata, ma potenzialmente decisiva. Dopo mesi di guerra, con un bilancio umanitario sempre più drammatico e un’escalation diplomatica senza precedenti, la possibilità di un accordo concreto tra Israele e Hamas sembra più vicina. L’annuncio del viaggio di Netanyahu è arrivato poche ore dopo che gli Stati Uniti hanno confermato l’invio di una nuova delegazione per mediare una bozza di intesa che prevede il rilascio di ostaggi israeliani in cambio di una sospensione prolungata dei bombardamenti e dell’avvio di una fase negoziale per un cessate il fuoco definitivo.


L’iniziativa diplomatica, frutto dell’azione congiunta di Stati Uniti, Egitto e Qatar, mira a riportare sul tavolo il piano presentato settimane fa dal presidente Joe Biden e parzialmente accettato da Hamas. La risposta formale del gruppo islamista è giunta domenica attraverso i canali ufficiali del Qatar ed è stata definita “costruttiva” da fonti americane, pur con alcuni elementi ancora da chiarire. Il passaggio successivo prevede un confronto diretto tra gli alleati occidentali e lo staff di Netanyahu, che al momento resta diviso tra l’ala più aperturista, rappresentata dai ministri della Difesa e degli Esteri, e la componente ultranazionalista guidata da Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich, contraria a qualsiasi concessione senza la resa totale di Hamas.


La pressione internazionale e l’isolamento crescente di Israele

Il viaggio di Netanyahu negli Stati Uniti avviene in un clima diplomatico estremamente teso. La pressione internazionale sul governo israeliano ha raggiunto livelli mai visti dall’inizio dell’operazione militare a Gaza. L’Onu, l’Unione Europea e numerose ONG hanno lanciato nuovi appelli affinché Israele metta fine ai bombardamenti che, secondo le stime delle autorità sanitarie locali, hanno causato oltre 38.000 morti, in gran parte civili. A preoccupare la comunità internazionale è anche il rischio imminente di una carestia su larga scala, con centinaia di migliaia di sfollati privi di accesso a cibo, acqua e cure mediche.


Washington, pur continuando a garantire il proprio sostegno militare a Israele, ha intensificato i messaggi critici verso l’esecutivo israeliano. L’amministrazione Biden ha chiesto a Netanyahu di dare una risposta definitiva e trasparente alla proposta di tregua, avvertendo che ulteriori ritardi potrebbero compromettere l’appoggio strategico degli Stati Uniti. La Casa Bianca ha anche sottolineato come l’accordo non solo permetterebbe il rilascio di decine di ostaggi israeliani, ma aprirebbe anche la strada a un processo di ricostruzione e stabilizzazione della Striscia di Gaza sotto egida internazionale.


In questo contesto, il viaggio del premier israeliano a Washington assume una valenza duplice: da un lato serve a rafforzare i legami istituzionali con gli Stati Uniti, dall’altro rappresenta un momento di verifica politica interna. Netanyahu dovrà chiarire al Congresso e ai vertici americani la posizione del suo governo sul piano di pace e rispondere alle critiche crescenti, anche da parte di esponenti della comunità ebraica statunitense, sempre più preoccupata per l’isolamento morale e diplomatico di Israele.


Gli elementi dell’accordo e la posizione di Hamas

La proposta in discussione si articola su tre fasi. La prima prevede una tregua di sei settimane, durante la quale Hamas rilascerebbe 35 ostaggi – in particolare donne, anziani e malati – in cambio di una pausa completa delle operazioni militari israeliane e della liberazione di detenuti palestinesi. La seconda fase prevede un’estensione del cessate il fuoco e la graduale liberazione degli altri ostaggi, con un meccanismo di garanzie internazionali. Infine, la terza fase contempla un accordo politico più ampio con il coinvolgimento dell’Autorità Nazionale Palestinese, dell’ONU e dei principali attori regionali per definire un futuro assetto post-bellico della Striscia.


Hamas, pur non rinunciando alle proprie rivendicazioni, avrebbe accettato in linea di principio la bozza, ponendo tuttavia condizioni sul numero e sul profilo dei prigionieri palestinesi da liberare, oltre che sulla garanzia di un ritiro graduale delle truppe israeliane. Il gruppo guidato da Yahya Sinwar, nascosto da mesi in un luogo imprecisato a Gaza, sembra aver valutato positivamente l’opportunità di una pausa umanitaria che consenta di ricostruire le proprie basi logistiche e politiche in vista di un negoziato più lungo.


Fonti vicine all’intelligence egiziana parlano di una finestra molto ristretta: l’accordo potrebbe concretizzarsi entro pochi giorni oppure naufragare, come già accaduto con i precedenti tentativi. A rendere il momento particolarmente favorevole è l’intensificarsi della pressione da parte delle famiglie degli ostaggi, che nelle ultime settimane hanno organizzato proteste e marce in Israele per chiedere al governo di trovare una soluzione immediata. Il fronte interno israeliano è sempre più diviso tra chi chiede una tregua e chi insiste per la prosecuzione dell’offensiva fino alla totale sconfitta di Hamas.


La situazione a Gaza e i rischi umanitari immediati

Sul campo, la situazione resta drammatica. Le Nazioni Unite stimano che oltre l’80% della popolazione della Striscia sia sfollata. Gli ospedali funzionano a singhiozzo, i convogli umanitari vengono spesso bloccati o respinti, e interi quartieri risultano completamente distrutti. La zona di Khan Younis, nel sud, è una delle più colpite, mentre a Rafah, nonostante le operazioni di terra si siano attenuate, si teme ancora una ripresa dei combattimenti. Il nord della Striscia resta inaccessibile per la maggior parte degli aiuti, e si moltiplicano le denunce di violazioni del diritto internazionale umanitario.


La comunità internazionale sta cercando di organizzare un ponte umanitario stabile, ma senza un accordo di cessate il fuoco diventa quasi impossibile garantire la sicurezza degli operatori e dei civili. L’Unrwa, l’agenzia ONU per i rifugiati palestinesi, ha lanciato un nuovo appello per l’invio urgente di alimenti, acqua potabile e medicinali. Anche la Croce Rossa ha denunciato l’impossibilità di evacuare i feriti più gravi. Secondo le fonti ospedaliere locali, ogni giorno muoiono in media 80 persone a causa di bombardamenti o per assenza di cure.


In questo contesto, l’accordo di tregua diventerebbe non solo una svolta diplomatica, ma anche una condizione indispensabile per evitare una catastrofe umanitaria irreversibile. I prossimi giorni saranno determinanti per capire se la visita di Netanyahu a Washington porterà a un cambiamento di rotta o se si andrà incontro a una nuova impasse, con conseguenze drammatiche per la popolazione civile e per la stabilità dell’intera regione mediorientale.

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