Nepal brucia di rabbia giovanile: Gen Z scende in piazza contro censura, corruzione e privilegio
- piscitellidaniel
- 11 set
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Un’ondata di proteste esplode in Nepal, guidata da giovani studenti, lavoratori precari e cittadini della Generazione Z, dopo il blocco deciso dal governo di oltre venti piattaforme sociali. Il divieto ha fatto da scintilla in un clima già saturo di frustrazione: crisi economica, disuguaglianze, nepotismo, inefficienza politica. In pochi giorni, il movimento ha portato all’uscita di scena del Primo Ministro, ha imposto misure d’urgenza da parte delle autorità, ha mobilitato centinaia di migliaia di persone in tutto il paese, trasformando una protesta digitale in un rivolgimento di piazza, violento e doloroso.
Il fulcro della protesta è il ban dei social media, tra cui Facebook, Instagram, WhatsApp, X (ex Twitter), YouTube, Reddit e altre piattaforme ritenute “non registrate”. Il governo aveva introdotto nuove regole che richiedevano la registrazione obbligatoria delle piattaforme digitali con il Ministero competente, con sanzioni severe in caso di inosservanza. I social media rappresentano per molti giovani nepalese non solo il mezzo principale per comunicare, ma anche l’unico spazio di espressione, confronto e denuncia: su queste piattaforme nascono critiche, violazioni reali o percepite del potere, narrazioni su privilegi, sprechi, le vite dorate dei cosiddetti “nepo kids” — figli di politici o figure influenti che ostentano lusso mentre cresce la povertà.
La protesta è esplosa in modo imprevisto e rapido: migliaia di giovani hanno fatto irruzione per le strade di Kathmandu e di altre città principali, chiedendo la revoca immediata del divieto, ma andando oltre: trasparenza nella gestione delle istituzioni, fine delle pratiche clientelari, maggiore equità sociale ed economica. Non si trattava solo della censura digitale, ma di una molteplicità di rivendicazioni che fanno da corollario a un malessere profondo: disoccupazione giovanile, salari bassi, povertà diffusa, servizi pubblici carenti, percezione che il cambiamento politico sia sempre nelle mani delle stesse famiglie, dei soliti clan del potere.
Le autorità hanno risposto con durezza. La polizia e le forze di sicurezza hanno utilizzato gas lacrimogeni, cannoni ad acqua, proiettili di gomma e, secondo molte fonti, anche munizioni vere. Il bilancio delle vittime è cresciuto rapidamente: decine di morti, centinaia di feriti. Alcune aree della capitale sono state teatro di scontri durissimi, incendi di edifici pubblici e sedi di partiti, assalti contro proprietà private, proteste represse con ferocia. Il coprifuoco è stato imposto, l’accesso alle aree istituzionali blindato, scuole e negozi chiusi, la sensazione che lo Stato abbia perso il controllo o quanto meno lo abbia avuto troppo tardi.
Tra le richieste spicca l’uscita di scena del Primo Ministro, che ha poi presentato le dimissioni nel tentativo di sedare l’ondata. Altri ministri hanno lasciato il governo, indicando che la pressione della piazza è diventata insostenibile. Il ban social è stato ritirato, anche se questo non ha fermato la mobilitazione: la protesta ha continuato a ribadire che non si trattava solo di un bando temporaneo, ma di un’emergenza sistemica, una richiesta di rottura delle logiche tradizionali del potere, che investono la gestione dei fondi pubblici, la corruzione e l’uso clientelare dell’influenza politica.
Il movimento non ha leader dichiarati, è spontaneo, fluido, molto mediato dai social che erano stati messi al bando: gli spazi digitali — nonostante la repressione normativa — sono diventati moltiplicatori della mobilitazione. Ragazzi e ragazze, molti studenti, molti con lavori precari o nessun lavoro, si sono trovati uniti dalla percezione di essere esclusi: esclusi dal sistema politico reale, esclusi dalla possibilità di futuro dignitoso nel paese, esclusi da rappresentanza utile. Gli slogan parlano di giustizia, responsabilità, trasparenza, non di ritorno nostalgico al passato, ma di costruzione del possibile.
Il contesto economico è uno sfondo pesante: inflazione che colpisce beni essenziali, spinta delle migrazioni verso l’estero, difficoltà a fare impresa, opportunità giovani poche, lavoro informale dominante, scarsità di infrastrutture. Tutto questo aggiunge un senso di disperazione che rende ogni provvedimento autoritario — anche se teorizzato come misura contro la disinformazione — percepito come ingiusto, prova di disconnessione traumatica tra chi governa e chi vive nella realtà quotidiana.
C’è un elemento simbolico che ha galvanizzato la protesta: la critica verso i “nepo kids”, termometro di un malessere diffuso. Quando ai giovani viene mostrato uno sfarzo di privilegi di figli o parenti del potere che viaggiano, spendono, godono di status, mentre tanti vivono in case fragili, con redditi bassi, scuole sovraffollate, ospedali inadeguati, il contrasto diventa insopportabile. Le immagini e i post che denunciano questo sfarzo hanno catalizzato rabbia, senso di ingiustizia, richiesta di meritocrazia.
La crisi tocca anche l’identità politica del Nepal: la democrazia post-monarchica sembra mostrare crepe. Partiti tradizionali divisi, coalizioni fragili, leadership incapace di innovare, istituzioni percepite come opache, poco rispondenti, adatte a proteggere gli interessi privati prima che quelli pubblici. La protesta della Gen Z appare come una richiesta non solo di cambiamenti di persone, ma di sistema: trasparenza reale, responsabilità concreta, controllo democratico effettivo.
L’effetto internazionale non può essere ignorato: osservatori, organizzazioni per i diritti, media esteri guardano al Nepal come banco di prova su come trattare libertà digitale, diritti dei giovani, bilanciamenti tra sicurezza e libertà. In un mondo dove l’informazione digitale è fondamentale, la sospensione dei social media è percepita come misura di controllo, censura, repressione — anche se invocata come strumento di ordine pubblico o di regolazione dei contenuti.
I giorni successivi al ritiro del ban e alle dimissioni non hanno riportato la calma totale: la mobilitazione resta attiva, vigilante, con il timore che le promesse non vengano mantenute, che le responsabilità restino impunite, che la corruzione, i privilegi, l’inefficienza rimangano sotto la superficie. In Nepal si è accesa una scintilla che potrebbe segnare un prima e un dopo nell’esperienza politica del paese, peculiarmente per quella generazione che chiede di esistere, di contare, di decidere.

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