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Lagarde: le politiche commerciali coercitive non sono una soluzione sostenibile alle attuali tensioni commerciali


In un’epoca segnata da profonde fratture geopolitiche e da un crescente disallineamento tra le economie mondiali, la presidente della Banca centrale europea, Christine Lagarde, ha lanciato un forte appello contro il ritorno al protezionismo e alle politiche commerciali unilaterali, ribadendo la necessità di mantenere aperti gli scambi globali come strumento imprescindibile di prosperità e stabilità. Lo ha fatto con un intervento articolato alla Banca Popolare Cinese di Pechino, nel quale ha tracciato un quadro realistico ma determinato, evidenziando come le misure coercitive rappresentino oggi un rischio maggiore che in passato, in un mondo in cui i paesi sono interconnessi attraverso catene di approvvigionamento globali, ma sempre più divisi sul piano politico e strategico.

Lagarde ha sottolineato come le politiche commerciali basate sulla coercizione, come l’imposizione di dazi unilaterali, siano molto più suscettibili di provocare reazioni a catena e rappresaglie, innescando spirali di conflitto commerciale che finiscono per danneggiare tutte le parti coinvolte. Un chiaro riferimento all’approccio inaugurato dall’amministrazione Trump, i cui effetti si stanno ancora manifestando in Europa e nel resto del mondo. Secondo la presidente della Bce, il protezionismo non affronta le cause profonde degli squilibri commerciali, ma anzi corrode le fondamenta su cui è stata costruita la prosperità globale degli ultimi decenni.

La sua difesa del sistema multilaterale è stata netta: solo il rispetto delle regole condivise dell’Organizzazione mondiale del commercio può garantire un ordine economico stabile e inclusivo. Occorre, secondo Lagarde, lavorare con partner che condividano principi comuni per costruire accordi bilaterali e regionali basati su benefici reciproci e piena compatibilità con il diritto internazionale. A sostegno della sua tesi, la presidente ha citato uno dei detti di Confucio – “la virtù non è mai sola: chi la possiede troverà sempre compagnia” – invitando alla cooperazione come unica via per evitare una pericolosa frammentazione dell’economia mondiale. E ha ricordato anche l’opera di padre Matteo Ricci, gesuita e cartografo che nel XVI secolo elaborò la “Grande mappa dei diecimila paesi”, fondendo conoscenze cinesi e occidentali per promuovere un dialogo interculturale che oggi appare più che mai attuale.

Nel suo discorso, Lagarde ha offerto una lettura articolata delle forze che stanno alimentando la frammentazione globale. Da un lato, il riallineamento geopolitico sta portando i paesi a ripensare le proprie relazioni economiche e a riconfigurare le catene di approvvigionamento in base a criteri di sicurezza nazionale piuttosto che di efficienza economica. Dall’altro, vi è una crescente percezione di scambi internazionali squilibrati o sleali, spesso collegata agli ampi differenziali nelle partite correnti. Tali squilibri, ha spiegato, non sono problematici di per sé, specie quando riflettono strutture economiche legittime, ma diventano critici quando si cronicizzano e sembrano il risultato di scelte politiche distorsive o del mancato rispetto delle regole globali.

Christine Lagarde ha ricordato che negli ultimi anni questi squilibri si sono allargati: sempre più paesi hanno accumulato surplus, mentre i deficit si sono concentrati in poche economie, contribuendo a generare tensioni e favorendo l’adozione di misure commerciali coercitive. Ha quindi citato stime del Fondo monetario internazionale, secondo cui le restrizioni sugli scambi sono triplicate dal 2019 e i livelli dei dazi hanno raggiunto soglie fino a poco tempo fa inimmaginabili. Questo processo, ha ammonito, minaccia di spezzare le catene di approvvigionamento e aggravare la volatilità dei mercati.

Il discorso della presidente della Bce ha poi toccato un altro aspetto centrale: la responsabilità condivisa nel ridurre le tensioni. Sia i paesi in surplus che quelli in deficit devono fare la propria parte, rivedendo le rispettive politiche strutturali per mitigare gli squilibri e rafforzare la fiducia reciproca. Lagarde ha spiegato come, sul fronte dell’offerta, si stia assistendo a un massiccio aumento delle politiche industriali orientate alla produzione interna, spesso supportate da sussidi distorsivi del commercio. Dal 2014, ha osservato, queste pratiche sono più che triplicate e coinvolgono oggi sia le economie emergenti che quelle avanzate.

Sul versante della domanda, l’accento è stato posto sul ruolo crescente degli Stati Uniti, la cui quota sulla domanda globale dei paesi del G20 è passata in un decennio da meno del 30% a quasi il 35%. Questo squilibrio si riflette in un’eccessiva concentrazione della spesa pubblica in alcune aree e in un eccesso di risparmio in altre, alimentando instabilità e vulnerabilità nei flussi commerciali internazionali.

Lagarde ha infine richiamato il ruolo delle banche centrali, che pur agendo entro i limiti dei rispettivi mandati, possono contribuire a promuovere stabilità in un mondo scosso da instabilità crescente. Le banche centrali – ha detto – devono essere pilastri della cooperazione internazionale e orientare le loro politiche a sostegno di un ordine economico stabile e inclusivo. Solo attraverso il dialogo e la collaborazione, anche in presenza di divergenze geopolitiche, si può evitare la deriva verso una nuova era di protezionismo e isolamento.

Nel suo messaggio, Lagarde ha ribadito che le politiche coercitive non rappresentano una soluzione sostenibile alle tensioni commerciali. Al contrario, rischiano di approfondire le fratture esistenti e compromettere gli sforzi compiuti negli ultimi decenni per costruire un’economia globale più aperta, equa e resiliente.

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