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Gran Bretagna, via libera ai tagli al welfare: la Camera approva la stretta, rivolta interna nel Labour

Il Parlamento britannico ha approvato con una maggioranza risicata il controverso pacchetto di riforme al sistema di welfare proposto dal governo, incentrato su tagli consistenti ai sussidi per i disoccupati di lungo periodo e sull’inasprimento delle regole per l’accesso ai benefici. La misura, sostenuta dal Partito Conservatore e accolta con favore dai settori più intransigenti dell’elettorato di centrodestra, ha provocato un terremoto politico soprattutto all’interno del Partito Laburista, dove si è aperta una spaccatura profonda tra la leadership di Keir Starmer e l’ala più progressista e sindacalista della base.


Il cuore della riforma prevede che i beneficiari del Reddito Universale che non abbiano trovato un lavoro entro 18 mesi dall’inizio della disoccupazione perdano parte dell’assegno mensile e siano obbligati a partecipare a programmi di lavoro obbligatorio in cambio del sussidio residuo. Inoltre, il governo ha introdotto criteri più restrittivi per l’ottenimento delle agevolazioni legate alla salute mentale e alla disabilità, richiedendo una revisione più frequente dell’idoneità e una maggiore documentazione medica. Secondo Downing Street, le misure servono a “ridurre la dipendenza dallo Stato” e a incentivare il ritorno al lavoro in un contesto di crescente carenza di manodopera.


Il primo ministro Rishi Sunak ha difeso la legge parlando di “riforma necessaria per ristabilire un patto equo tra cittadini e contribuenti”. A suo dire, troppi britannici sono rimasti “intrappolati in un sistema che premia l’inattività” e che ha generato costi insostenibili per le casse pubbliche. Il governo stima che, grazie a queste misure, sarà possibile risparmiare oltre 5 miliardi di sterline l’anno entro il 2027, fondi che verrebbero reindirizzati verso investimenti in infrastrutture, sicurezza e difesa.


La misura ha però provocato dure reazioni all’interno del Partito Laburista, dove una parte consistente dei parlamentari ha votato contro la linea ufficiale del partito, sfidando la disciplina imposta da Starmer. Quest’ultimo, nel tentativo di mantenere il Labour in una posizione centrista in vista delle elezioni generali del 2025, ha evitato una netta opposizione alla legge, sostenendo che “una riforma del welfare è necessaria, ma va fatta con umanità e giustizia”. Una posizione che non ha convinto i laburisti più vicini al sindacato Unite e all’ala sinistra del partito, i quali hanno denunciato un “tradimento dei principi fondamentali del movimento operaio”.


Tra i dissidenti si sono distinti nomi importanti come John McDonnell, ex ministro ombra dell’economia sotto la leadership di Jeremy Corbyn, e Zarah Sultana, deputata simbolo dei giovani laburisti radicali. Entrambi hanno parlato di un “attacco ai più deboli” e hanno criticato duramente la scelta della dirigenza di non opporsi frontalmente alla proposta conservatrice. Il leader dei Liberal Democratici, Ed Davey, ha a sua volta denunciato la riforma come “punitiva e inefficace”, mentre i Verdi hanno accusato il governo di voler trasformare il welfare in uno strumento di repressione sociale.


I sindacati, in particolare UNISON e GMB, hanno proclamato una serie di mobilitazioni e scioperi di solidarietà con i beneficiari colpiti dalla stretta, accusando il governo di portare avanti una “politica di austerità mascherata”. In numerose città, tra cui Londra, Manchester e Birmingham, si sono svolti presìdi e manifestazioni con la partecipazione di associazioni contro la povertà, movimenti per i diritti delle persone disabili e gruppi per la salute mentale. Tra gli slogan più diffusi: “Il lavoro forzato non è riforma” e “La dignità non si taglia”.


Dal punto di vista economico, la riforma si inserisce in un contesto in cui il Regno Unito sta cercando di contenere il deficit pubblico e riportare sotto controllo la spesa sociale, cresciuta vertiginosamente durante la pandemia. Tuttavia, molti economisti mettono in dubbio l’efficacia di una riduzione secca dei sussidi in assenza di una contestuale creazione di opportunità lavorative reali e ben remunerate. Secondo il think tank Institute for Fiscal Studies, infatti, gran parte dei disoccupati di lungo periodo vivono in aree a basso tasso di occupazione o con carenza cronica di servizi pubblici essenziali, come trasporti e formazione professionale.


Critiche sono arrivate anche dall’ente britannico per i diritti umani (EHRC), che ha messo in guardia da un possibile aumento dei casi di esclusione sociale e disagio psichico tra le fasce vulnerabili della popolazione. L’ente ha chiesto al Parlamento di monitorare attentamente gli effetti della legge nei prossimi mesi, sollecitando una maggiore trasparenza nei criteri di valutazione dell’idoneità ai sussidi sanitari. Alcuni studi universitari hanno evidenziato come misure simili adottate in passato, ad esempio durante il governo Cameron, abbiano prodotto un aumento del disagio abitativo e della povertà infantile, con conseguenze anche sul piano sanitario e scolastico.


La situazione ha inoltre acceso il dibattito sulla direzione futura del Labour. Keir Starmer, da tempo impegnato in un’opera di “normalizzazione” del partito dopo l’era Corbyn, deve ora fronteggiare l’accusa di aver abbandonato i valori tradizionali della sinistra. Pur restando in vantaggio nei sondaggi, il leader laburista rischia di incrinare la base di consenso tra i giovani e nelle aree metropolitane progressiste, da sempre fondamentali per le sue ambizioni elettorali. La prossima conferenza nazionale del partito, prevista in autunno, potrebbe trasformarsi in un banco di prova cruciale per la sua leadership.

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