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Gli Stati Uniti tagliano 8 miliardi agli aiuti esteri: il Congresso approva la più grande rescissione di spesa internazionale degli ultimi decenni

Con un voto risicato, il Congresso degli Stati Uniti ha approvato un pacchetto di tagli da oltre 9 miliardi di dollari, di cui 8,3 miliardi riguardano direttamente la spesa per gli aiuti internazionali. La misura, proposta dall’amministrazione Trump, è passata alla Camera con 216 voti favorevoli e 213 contrari, e al Senato con un margine ancora più stretto: 51 voti a favore contro 48. Si tratta del primo utilizzo effettivo, dopo oltre 25 anni, del meccanismo della rescissione, che consente all’esecutivo di cancellare fondi già stanziati dal Congresso, previa approvazione delle due camere entro 45 giorni dalla proposta.


Il provvedimento rientra in un più ampio programma denominato “Department of Government Efficiency” (DOGE), promosso dalla Casa Bianca per ridurre le cosiddette spese superflue, spostando l’attenzione del bilancio federale verso priorità interne. Il cuore dell’intervento è costituito dalla cancellazione di gran parte dei fondi destinati ad assistenza estera attraverso agenzie come USAID, inclusi programmi per la salute globale, l’emergenza alimentare, la gestione dei rifugiati e la cooperazione economica.


I tagli colpiscono in particolare i programmi di sanità pubblica all’estero, con riduzioni sostanziali per le iniziative contro HIV/AIDS, malaria e tubercolosi. Nonostante l’iniziale inclusione nel pacchetto, il programma PEPFAR (President's Emergency Plan for AIDS Relief), considerato una delle principali eredità bipartisan degli ultimi vent’anni, è stato salvato da un emendamento votato al Senato che ha ripristinato circa 400 milioni di dollari precedentemente eliminati. Rimangono però fortemente ridimensionati altri strumenti essenziali, come i fondi per le campagne vaccinali in Africa, i programmi nutrizionali per madri e bambini e il supporto logistico in zone colpite da conflitti o disastri naturali.


Secondo l’amministrazione, la decisione è parte di una strategia per ribilanciare la spesa pubblica in un contesto di rallentamento economico interno e crescente debito federale. I sostenitori del provvedimento, in larga parte appartenenti all’ala più conservatrice del Partito Repubblicano, hanno sostenuto che gli aiuti esteri abbiano storicamente finanziato governi inefficienti o corrotti, e che le risorse dovrebbero invece essere utilizzate per migliorare le infrastrutture americane, il sistema sanitario nazionale e la sicurezza interna.


Le opposizioni democratiche e parte dei repubblicani moderati hanno invece denunciato una mossa miope e pericolosa per la leadership globale degli Stati Uniti. In particolare, viene sottolineato come gli aiuti internazionali non siano solo un gesto umanitario, ma uno strumento strategico di soft power che consente a Washington di mantenere influenza in aree geopolitiche cruciali. Tagliare i fondi, secondo molti analisti e think tank bipartisan, rischia di aprire ulteriori spazi a potenze rivali come Cina e Russia, sempre più attive nel finanziare progetti infrastrutturali e sanitari in Africa, Asia e America Latina.


L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha espresso profonda preoccupazione per gli effetti immediati che i tagli avranno sui programmi già operativi. Organizzazioni umanitarie come Save the Children e Médecins Sans Frontières hanno stimato che la decisione americana possa mettere a rischio l’accesso alle cure mediche per oltre 50 milioni di persone, in particolare in contesti già vulnerabili a causa di guerre, carestie o crisi climatiche.


Anche il mondo accademico e scientifico statunitense ha sollevato critiche: numerosi programmi di ricerca co-finanziati da USAID con università e centri studi locali saranno interrotti, con un impatto diretto sulla raccolta dati in campo epidemiologico, climatico e agronomico. A ciò si aggiunge la brusca frenata alla rete di laboratori e infrastrutture costruita in vent’anni di cooperazione, che rischia ora di rimanere senza fondi per la manutenzione o l’operatività quotidiana.


Un altro elemento di forte tensione politica riguarda il metodo scelto per realizzare il taglio. Il ricorso alla rescissione, finora rimasto una prerogativa teorica e raramente attivata, è stato percepito da molti parlamentari come una forzatura istituzionale. In particolare, diversi senatori hanno lamentato una compressione del ruolo del Congresso nel controllo della spesa pubblica, poiché i fondi in questione erano già stati deliberati attraverso la normale procedura di bilancio.


La misura si è accompagnata anche a un’ulteriore riduzione di circa 1,1 miliardi di dollari ai fondi per i media pubblici, tra cui PBS e NPR, alimentando un acceso dibattito sull’indipendenza dell’informazione. Anche in questo caso, la Casa Bianca ha giustificato la scelta come parte di un intervento contro “sprechi ideologici”, mentre l’opposizione ha denunciato un attacco diretto alla libertà di stampa e al pluralismo democratico.


L’approvazione del pacchetto segna una svolta netta nella politica estera statunitense. Sebbene non si tratti della fine definitiva della cooperazione internazionale americana, è evidente che il segnale politico inviato a livello globale è forte: gli Stati Uniti stanno ridimensionando in modo deciso il loro impegno finanziario nei confronti del resto del mondo. Resta ora da osservare come reagiranno gli alleati tradizionali, le agenzie internazionali e soprattutto le popolazioni direttamente colpite da una riduzione che, secondo molti esperti, avrà effetti concreti già nelle prossime settimane.

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