Germania, l’intelligence mette al bando l’AfD: “Partito di estrema destra incompatibile con la democrazia”
- piscitellidaniel
- 2 mag
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Il 2 maggio 2025 l’Ufficio federale per la protezione della Costituzione (BfV), ovvero i servizi segreti interni della Germania, ha classificato ufficialmente il partito Alternativa per la Germania (AfD) come una “formazione di estrema destra accertatamente incompatibile con l’ordine democratico”. Una svolta storica nella politica tedesca, frutto di un’indagine avviata nel 2021 e culminata in un dossier di oltre mille pagine, in cui vengono documentate e analizzate sistematicamente le posizioni del partito, la sua ideologia e le sue attività pubbliche e interne.
L’AfD, nato nel 2013 come forza euroscettica, ha progressivamente virato verso posizioni radicali anti-immigrazione e anti-islamiche. Negli anni più recenti, ha guadagnato sempre più consenso, in particolare nei Länder orientali della Germania, fino a diventare nel 2024 il secondo partito del Paese, con 152 deputati nel Bundestag e un 20,8% ottenuto alle ultime elezioni anticipate di febbraio. Una crescita che ha sollevato allarmi crescenti, sia tra le istituzioni che nella società civile, preoccupate per l’erosione dei valori fondamentali della democrazia costituzionale.
Il rapporto dell’intelligence tedesca afferma che l’AfD porta avanti una visione del mondo etnico-nazionalista, che esclude determinati gruppi – in particolare migranti, musulmani, rifugiati – dalla comunità politica. Si denuncia l’uso sistematico di retorica xenofoba, il discredito delle istituzioni democratiche, la vicinanza a movimenti estremisti come Pegida o i Reichsbürger, e la tolleranza interna per comportamenti razzisti, antisemiti e omotransfobici. Il documento evidenzia che tutto ciò non è riconducibile a singole frange isolate, ma è rappresentativo della linea politica centrale del partito, incluso il suo attuale gruppo dirigente.
La classificazione come “organizzazione estremista” permette ora all’intelligence di ricorrere a strumenti di sorveglianza avanzata: intercettazioni, pedinamenti, infiltrazione di informatori. Secondo il BfV, queste misure sono giustificate dall’evidente minaccia che l’AfD rappresenterebbe per l’ordine democratico, per i diritti fondamentali e per la coesione sociale.
La reazione dei vertici del partito è stata immediata e dura. Alice Weidel e Tino Chrupalla, co-presidenti federali, hanno accusato il governo e i servizi di sicurezza di condurre una campagna politica mascherata da azione legale. Weidel ha parlato di “deriva autoritaria” e ha annunciato l’intenzione di intraprendere una battaglia legale per contrastare la decisione, definita “una vergogna per una democrazia moderna”. I legali del partito si preparano a presentare ricorsi presso la Corte costituzionale, sostenendo che la sorveglianza rappresenti una violazione della libertà di associazione e di espressione.
A Berlino, la mossa dell’intelligence ha generato reazioni contrastanti. La ministra dell’Interno Nancy Faeser (SPD) ha dichiarato che “nessuno può agire contro la Costituzione impunemente”, e ha espresso pieno sostegno alle valutazioni del BfV. Il cancelliere Olaf Scholz ha invece adottato un profilo più prudente, evitando di commentare direttamente la possibilità di vietare il partito, ma sottolineando “la gravità delle conclusioni raggiunte dalle autorità competenti”.
Il tema del bando dell’AfD è diventato centrale nel dibattito pubblico. Alcuni settori della politica e del mondo accademico sostengono che vietare il partito sarebbe giuridicamente difficile e politicamente controproducente, rischiando di trasformarlo in un martire agli occhi dei suoi elettori. Altri ritengono invece che, alla luce delle evidenze emerse, si debba agire con fermezza, prima che l’erosione dello Stato di diritto diventi irreversibile. Un precedente esiste: il Partito comunista tedesco (KPD) fu bandito nel 1956 dalla Corte costituzionale, così come, in passato, si è discusso della messa al bando del Partito nazionaldemocratico (NPD), di ispirazione neonazista, sebbene il tentativo sia fallito nel 2017 per mancanza di “concrete minacce”.
In parallelo, la società civile è scesa in piazza. In diverse città tedesche – tra cui Berlino, Monaco, Amburgo e Dresda – decine di migliaia di persone si sono mobilitate per chiedere che si difenda la democrazia contro l’estremismo. Cartelli come “la Costituzione si difende” o “mai più fascismo” sono tornati a sventolare in cortei organizzati da sindacati, associazioni studentesche, gruppi religiosi e movimenti antifascisti. Le manifestazioni sono state pacifiche ma determinate, a testimonianza del fatto che, nonostante la crescente polarizzazione, esiste ancora in Germania un vasto fronte sociale deciso a impedire derive autoritarie.
Intanto, in vista delle elezioni europee di giugno, la questione rischia di influenzare l’intera campagna elettorale. L’AfD, nonostante la classificazione ricevuta, è accreditata di un consenso stabile e continua a raccogliere voti, in particolare tra gli elettori più giovani e nelle regioni ex DDR. Gli altri partiti, dalla CDU alla SPD, passando per i Verdi e i Liberali, si interrogano su come rispondere a questa crescita, in termini di contenuti, linguaggio e strategie comunicative.
Con la Germania al centro di un esperimento delicato di difesa della democrazia liberale dalle sue minacce interne, il caso AfD apre un nuovo capitolo nella storia europea del contrasto all’estremismo politico.

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