Gaza sotto attacco: almeno 27 morti nei raid israeliani, salgono a 110 le vittime in 24 ore. Teheran conferma che il presidente iraniano è stato ferito il mese scorso
- piscitellidaniel
- 14 lug
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La Striscia di Gaza continua a essere teatro di intensi bombardamenti da parte dell’aviazione israeliana. Nelle ultime ore, almeno 27 persone sono rimaste uccise in diversi raid condotti in varie aree dell’enclave palestinese, già provata da mesi di conflitto. Secondo fonti sanitarie locali, gli attacchi hanno colpito principalmente Rafah e Khan Younis, nel sud, e alcuni quartieri densamente popolati a Gaza City, dove si contano anche decine di feriti gravi. I nuovi decessi si aggiungono alle 110 vittime registrate nella sola giornata di ieri, in quella che è stata una delle ondate più violente dall’inizio dell’offensiva israeliana dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre.
Le forze armate israeliane hanno dichiarato che gli obiettivi dei raid erano infrastrutture militari di Hamas e postazioni di lancio missilistico. Tuttavia, le immagini e i resoconti provenienti dal territorio parlano anche di colpi diretti su edifici residenziali, scuole e ospedali da campo, dove centinaia di civili avevano cercato rifugio. Tra le vittime, si segnalano donne e bambini. La Mezzaluna Rossa ha denunciato la difficoltà dei soccorsi a raggiungere le zone più colpite, in quanto molte strade sono impraticabili o considerate a rischio per ulteriori bombardamenti.
Il ministero della Sanità di Gaza, controllato da Hamas, ha aggiornato il bilancio complessivo delle vittime palestinesi dall’inizio della guerra: oltre 38.000 morti, in gran parte civili, e più di 85.000 feriti. Le strutture sanitarie dell’enclave sono ormai al collasso. Secondo Medici Senza Frontiere, mancano farmaci essenziali, le ambulanze non sono più operative in molte zone e diversi ospedali sono stati costretti a sospendere le attività per mancanza di carburante e personale. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha nuovamente lanciato un appello per l’apertura di corridoi umanitari sicuri e permanenti, finora ostacolati da continue interruzioni e controlli militari.
Sul fronte diplomatico, la tensione resta altissima anche fuori dai confini della Striscia. L’Iran ha confermato, per la prima volta ufficialmente, che il presidente Ebrahim Raisi era rimasto ferito in un attentato avvenuto lo scorso mese. Secondo le autorità iraniane, si è trattato di un’azione orchestrata da “forze ostili”, senza tuttavia specificare ulteriori dettagli. La notizia, che circolava da settimane in ambienti riservati, ha alimentato le ipotesi di un coinvolgimento di servizi segreti stranieri o di oppositori interni al regime, in un momento in cui Teheran è fortemente esposta sul piano regionale.
L’Iran è uno dei principali sostenitori di Hamas e della Jihad Islamica palestinese e mantiene una presenza attiva in Libano tramite Hezbollah. Le recenti manovre militari israeliane al confine settentrionale e gli scontri a fuoco registrati nei villaggi di confine con il Libano sembrano preludere a una possibile estensione del conflitto, con Tel Aviv pronta ad agire in modo più diretto anche su quel fronte. Il comando centrale delle forze israeliane ha recentemente diffuso comunicati in cui si fa riferimento a “piani operativi per contrastare la minaccia iraniana nella regione”.
Gli Stati Uniti continuano a fornire supporto militare a Israele, ma negli ultimi giorni l’amministrazione americana ha aumentato la pressione affinché venga evitata una escalation incontrollata. Il segretario di Stato Antony Blinken ha parlato con i vertici israeliani chiedendo maggiore attenzione per la protezione dei civili e l’immediata apertura di vie sicure per gli aiuti. Intanto, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha convocato una nuova sessione straordinaria, su richiesta della Turchia e della Norvegia, per discutere delle ripercussioni umanitarie del conflitto. Tuttavia, finora ogni tentativo di risoluzione si è scontrato con il veto incrociato di Stati Uniti e Russia.
A Gaza, la situazione è ormai drammatica anche sotto il profilo della sopravvivenza quotidiana. L’accesso all’acqua potabile è praticamente azzerato, l’energia elettrica è disponibile solo per poche ore al giorno e i generi alimentari scarseggiano. Le organizzazioni internazionali denunciano che la fame è ormai diffusa anche tra i bambini. Il Programma Alimentare Mondiale ha avvertito che, in assenza di un intervento immediato, si rischia una catastrofe umanitaria entro poche settimane.
Il portavoce dell’IDF, Daniel Hagari, ha difeso le operazioni militari affermando che “Israele continuerà a colpire finché Hamas non sarà completamente smantellato”. Il primo ministro Benjamin Netanyahu, in una dichiarazione televisiva, ha ribadito che l’obiettivo del governo è la “neutralizzazione definitiva delle capacità offensive di Hamas” e il ritorno in patria degli ostaggi israeliani ancora detenuti nella Striscia. Secondo alcune stime, sarebbero circa 120 i prigionieri israeliani ancora sotto il controllo dei miliziani palestinesi, nonostante i numerosi scambi già avvenuti nei mesi scorsi.
Sul piano politico interno, Netanyahu è sottoposto a crescenti pressioni, sia dall’opinione pubblica che dalla comunità internazionale. I movimenti pacifisti israeliani hanno organizzato diverse manifestazioni a Tel Aviv e Gerusalemme, chiedendo un cessate il fuoco e un accordo per il rilascio degli ostaggi. Anche alcuni membri della coalizione di governo si sono espressi per una soluzione diplomatica, temendo le conseguenze di un conflitto regionale esteso, soprattutto alla luce del coinvolgimento indiretto dell’Iran e dei suoi alleati.
Nel frattempo, al Cairo, è in corso una nuova tornata di negoziati mediati dall’Egitto e dal Qatar, con la partecipazione di delegazioni israeliane e palestinesi. Le trattative, però, appaiono ancora molto lontane da un esito positivo. Le richieste di Hamas riguardano la fine completa del blocco su Gaza, la liberazione di prigionieri e la ricostruzione immediata delle aree distrutte. Israele, dal canto suo, pretende il disarmo completo delle milizie e la consegna degli ostaggi come precondizione per qualunque dialogo.
La comunità internazionale osserva con crescente preoccupazione l’evoluzione di un conflitto che, giorno dopo giorno, si sta trasformando in una crisi umanitaria senza precedenti. I dati forniti dalle agenzie dell’ONU parlano di oltre un milione e mezzo di sfollati interni, molti dei quali ammassati in rifugi di fortuna senza alcuna garanzia sanitaria. Le condizioni igieniche sono al limite e le epidemie cominciano a diffondersi, in particolare tra i bambini e gli anziani.
La guerra a Gaza, iniziata con l’attacco del 7 ottobre, si avvicina ormai al decimo mese senza che si intraveda una soluzione credibile o duratura. L’escalation militare degli ultimi giorni e il coinvolgimento crescente di potenze regionali rischiano di portare l’intero Medio Oriente in una nuova fase di instabilità. In questo scenario, l’unica certezza sembra essere il drammatico bilancio umano che ogni giorno si aggrava, lasciando una scia di morte, distruzione e disperazione.

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