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BCE e JPMorgan lanciano l’allarme: dazi e instabilità finanziaria minacciano l’economia dell’Unione europea

L’Unione europea si trova in una fase di crescente vulnerabilità economica e finanziaria. Secondo quanto emerso negli ultimi interventi della Banca Centrale Europea e di alcuni tra i principali attori della finanza globale, tra cui JPMorgan, l’inasprimento dei dazi commerciali, le tensioni geopolitiche e la tenuta dei sistemi bancari sono fattori che potrebbero compromettere la stabilità dell’area euro. Le parole della BCE, contenute nell’ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria, e le dichiarazioni dell’amministratore delegato di JPMorgan, Jamie Dimon, convergono su una diagnosi comune: l’Europa rischia una fase di fragilità sistemica se non affronta con urgenza le minacce esterne ed interne che si stanno accumulando.


Nel dettaglio, la Banca Centrale Europea ha posto l’accento sui rischi derivanti dalle politiche protezionistiche sempre più aggressive messe in campo da Stati Uniti e Cina, in particolare in settori strategici come l’automotive, la tecnologia e l’agroalimentare. L’aumento dei dazi e delle restrizioni all’export rischia di interrompere catene di fornitura globali altamente integrate e di innescare un effetto domino sulle imprese esportatrici dell’eurozona. A farne le spese sarebbero soprattutto le economie più industrializzate, come Germania e Italia, i cui modelli produttivi si fondano su un forte orientamento all’estero.


La BCE sottolinea che la frammentazione commerciale globale potrebbe determinare un calo della crescita potenziale europea e un aumento dell’inflazione importata, alimentando tensioni sui mercati obbligazionari e sui tassi di interesse. L’istituto centrale ha evidenziato come un ritorno al protezionismo potrebbe anche impattare negativamente sulla fiducia delle imprese e dei consumatori, riducendo la propensione agli investimenti e aggravando la vulnerabilità del sistema bancario.


Le preoccupazioni della BCE si intrecciano con quelle espresse da Jamie Dimon, numero uno di JPMorgan, che in un intervento a margine del summit internazionale dei banchieri ha avvertito che i dazi imposti dagli Stati Uniti non sono un fenomeno isolato, ma l’inizio di una fase di rivalità sistemica che potrebbe spingere altri Paesi, inclusa l’UE, ad adottare misure simmetriche. Dimon ha inoltre lanciato un allarme sui rischi macroeconomici legati all’accumulo di debito sovrano, al rallentamento della produttività e alla carenza di investimenti infrastrutturali.


Il CEO della principale banca americana ha ricordato come, dopo oltre un decennio di tassi bassi e liquidità abbondante, molte economie occidentali si trovino oggi impreparate a fronteggiare un eventuale shock esogeno, come una crisi geopolitica prolungata, una nuova pandemia o un default a catena nei mercati emergenti. In particolare, Dimon ha puntato il dito contro l’eccessiva dipendenza europea dal commercio globale, evidenziando come la mancanza di autonomia energetica, tecnologica e industriale rappresenti un fattore critico in un contesto di instabilità strutturale.


Parallelamente, il rapporto della BCE mette in luce anche le tensioni interne all’eurozona, in particolare per quanto riguarda l’aumento dei rischi creditizi. L’indebolimento del settore immobiliare commerciale, la riduzione del valore dei titoli bancari e la crescita delle insolvenze tra le piccole e medie imprese stanno incidendo sulla solidità dei bilanci bancari. In Germania, Francia e Italia si osserva un rallentamento nella concessione di prestiti, a causa dell’inasprimento delle condizioni finanziarie e dell’incertezza sulla durata dell’attuale ciclo restrittivo della politica monetaria.


La stessa BCE, pur riconoscendo la necessità di mantenere un approccio prudente sui tassi di interesse, ammette che una normalizzazione troppo rapida potrebbe avere effetti controproducenti, soprattutto in presenza di shock esterni come una nuova escalation commerciale o una crisi energetica. Il rischio di una stagflazione – ovvero una fase caratterizzata da bassa crescita e alta inflazione – viene considerato non trascurabile, in particolare se l’UE non sarà in grado di attuare politiche coordinate per rilanciare gli investimenti e sostenere la domanda interna.


Un ulteriore elemento critico evidenziato sia dalla BCE che da JPMorgan è rappresentato dall’incertezza politica. Le prossime elezioni negli Stati Uniti, il riassetto della leadership europea dopo le elezioni del Parlamento e le instabilità in diversi Paesi membri potrebbero indebolire la capacità decisionale delle istituzioni comunitarie. In questo scenario, il rischio di frammentazione finanziaria all’interno dell’eurozona, già emerso nel corso della crisi del debito sovrano, potrebbe tornare d’attualità, soprattutto in assenza di strumenti comuni di risposta fiscale.


A preoccupare è anche il rallentamento della crescita nei principali motori dell’economia europea. La Germania, ancora alle prese con le conseguenze della crisi energetica e della transizione industriale, mostra segnali di stagnazione. La Francia affronta tensioni sociali e un aumento del debito pubblico, mentre l’Italia, pur beneficiando dei fondi del PNRR, continua a confrontarsi con problemi strutturali legati alla produttività e alla scarsa partecipazione al lavoro giovanile.


In questo contesto, sia la BCE che JPMorgan richiamano l’attenzione sulla necessità di un coordinamento tra politica monetaria e politica fiscale. Secondo le analisi, solo un’accelerazione degli investimenti pubblici e privati in settori chiave come energia, digitale, difesa e infrastrutture può ridurre la dipendenza europea da dinamiche esogene e rafforzare la resilienza del sistema. Senza una strategia chiara e condivisa, il rischio è che le frizioni commerciali e le incertezze finanziarie si trasformino in un nuovo ciclo di instabilità per l’intera area euro.

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