Stretta UE sull’import di acciaio: quote dimezzate e dazi raddoppiati al 50 per cento in nome della difesa industriale europea
- piscitellidaniel
- 7 ott
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L’Unione europea ha deciso di imprimere una svolta significativa nella sua politica di salvaguardia dell’industria siderurgica: la Commissione ha avanzato una proposta che prevede di ridurre quasi alla metà le quote d’importazione di acciaio a dazio zero e di raddoppiare i dazi sui quantitativi che eccedono tali limiti fino al 50 %. La mossa, che punta a rafforzare la protezione del comparto europeo contro la sovraccapacità globale — in particolare quella cinese — rappresenta una delle decisioni più incisive mai assunte in materia di commercio estero per il settore.
Le attuali misure di salvaguardia sull’acciaio, infatti, prevedono che fino a una certa soglia l’import possa avvenire senza dazi aggiuntivi, ma con l’applicazione di un’aliquota aggiuntiva del 25 % una volta che quella soglia viene superata. Tuttavia, queste misure scadranno a giugno 2026: da tempo industrie e associazioni del settore chiedono un rafforzamento della protezione, lamentando che quelle soglie sono ormai troppo elevate rispetto alle esigenze produttive europee e che le forniture straniere stanno deprimendo prezzi e margini.
Con la nuova proposta, il volume ammesso a dazio zero sarebbe portato a circa 18,3 milioni di tonnellate, una contrazione significativa rispetto alle quote vigenti, che sono oggi del 26 % superiori rispetto ai livelli originari. I dazi per le importazioni che eccedono quelle quote raddoppiano passando dal 25 % al 50 %, in un meccanismo che mira a scoraggiare la penetrazione massiccia di acciaio estero. Il progetto, concepito anche come risposta alle pressioni sulla concorrenza da paesi con politiche sovvenzionate, si inserisce in una strategia europea che ambisce a un rilancio del settore siderurgico in chiave reindustrializzatrice.
La misura è motivata da una doppia esigenza: da un lato, restituire spazio competitivo all’industria europea, che attualmente utilizza poco più di due terzi della propria capacità produttiva; dall’altro, contrastare una dinamica internazionale in cui le eccedenze produttive — specialmente provenienti da paesi con politiche pubbliche aggressive nel comparto — rischiano di compromettere la tenuta dei prezzi e la redditività delle acciaierie europee. Le associazioni del settore hanno accolto la proposta con favore, sottolineando che un’impostazione di questo tipo può contribuire a mantenere livelli occupazionali e investimenti, preservando la funzione strategica del ferro e dell’acciaio nella transizione energetica e nella manifattura ad alto contenuto tecnologico.
Il pacchetto che Bruxelles intende presentare include anche ulteriori strumenti: si parla di clausole che prevedano una revisione ogni cinque anni (a partire dal 2031), nonché di possibili misure analoghe su altri metalli come l’alluminio e di dazi all’export su rottami metallici, per evitare che i flussi esteri vengano riequilibrati attraverso il commercio inverso. La proposta sarà sottoposta all’approvazione del Parlamento europeo e del Consiglio, con l’obiettivo di renderla operativa già entro la scadenza delle attuali misure.
L’impatto atteso sulle filiere industriali europee è complesso e stratificato. Da un lato, le acciaierie nazionali potrebbero vedere una ripresa dell’utilizzo dei propri impianti e una maggiore stabilità dei margini; dall’altro, i settori che dipendono dall’acciaio – costruzioni, automotive, meccanica – dovranno fronteggiare possibili rincari dei costi delle materie prime. Le imprese consumatrici estenderanno la pressione sui cicli d’acquisto e le politiche logistiche, cercando di contenere l’effetto inflattivo che una maggiore protezione potrebbe innescare.
A livello nazionale, il sistema siderurgico italiano sente le aspettative: le associazioni di categoria, come Federacciai, hanno rimarcato quanto sia urgente dotarsi di strumenti di tutela effettiva, non più rinviabili. Questo annuncio rappresenta un segnale forte verso un coordinamento più stretto fra l’industria europea e le istituzioni comunitarie. Le aziende italiane sperano che tali misure possano restituire competitività e spazi di manovra, specie in un contesto internazionale sempre più segnato da guerre di sovvenzioni e contrasti commerciali.
La proposta europea si inserisce anche in un orizzonte geopolitico più ampio: l’accordo di principio fra Bruxelles e Washington su una “alleanza dei metalli” mira a mettere in campo congiuntamente meccanismi di protezione industriale. In questo contesto, l’allineamento dei dazi UE con quelli americani — che già applica tariffe del 50 % — può essere letto come parte di una strategia industriale cooperativa tra Occidente per contrastare le pratiche sovvenzionate della Cina.
Quanto alle relazioni commerciali, la normativa prevede che ogni importatore dovrà dimostrare l’origine dell’acciaio importato, pena l’applicazione delle tariffe complementari. Le importazioni da Norvegia, Islanda, Liechtenstein e paesi facenti parte dell’accordo sullo Spazio economico europeo restano esenti. Per l’Ucraina sarà prevista una deroga per le condizioni particolari legate al conflitto. Bruxelles dovrà però aprire negoziati con i paesi esportatori tramite l’articolo XXVIII del GATT per ridefinire le quote d’importazione e le condizioni transitorie, compatibilmente con le regole del commercio internazionale.
Il percorso legislativo non sarà privo di ostacoli. Le normative commerciali, gli obblighi WTO e le resistenze dei paesi esportatori potrebbero introdurre ritardi, ricorsi o tensioni diplomatiche. Il Parlamento europeo e il Consiglio dovranno trovare un equilibrio fra la salvaguardia del libero scambio e la salvaguardia industriale. Le decisioni che prenderanno nei prossimi mesi di fatto definiranno se l’Europa intenderà puntare con forza su una politica industriale assertiva o continuare a navigare tra protezionismo moderato e apertura globale.

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