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Migliaia di serbi ai funerali di Ratko Mladić: l’ultimo omaggio al “boia di Srebrenica” riapre le ferite dei Balcani

7 set
Tempo di lettura: 3 min

Migliaia di persone si sono radunate a Belgrado per rendere omaggio a Ratko Mladić, l’ex comandante militare dei serbi di Bosnia morto a 84 anni mentre scontava all’Aia la condanna all’ergastolo per genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Fin dalle prime ore del mattino una folla ha raggiunto la chiesa ortodossa di San Luca, dove la bara è stata esposta prima della cerimonia funebre e del trasferimento al cimitero di Topčider. Bandiere serbe, fotografie dell’ex generale e simboli militari hanno accompagnato un addio che ha assunto una forte dimensione pubblica e politica, mostrando ancora una volta quanto la figura di Mladić continui a dividere profondamente la Serbia, la Bosnia-Erzegovina e l’intera regione balcanica.


Mladić è stato uno dei protagonisti più controversi e sanguinosi delle guerre che accompagnarono la dissoluzione della Jugoslavia. Comandante dell’esercito della Republika Srpska durante il conflitto bosniaco del 1992-1995, fu riconosciuto responsabile dal tribunale internazionale dell’Aia di alcuni dei più gravi crimini commessi in Europa dalla Seconda guerra mondiale. Il suo nome è legato soprattutto al genocidio di Srebrenica del luglio 1995, quando più di ottomila uomini e ragazzi bosgnacchi musulmani furono uccisi dopo la conquista dell’enclave che le Nazioni Unite avevano dichiarato area protetta. La sua responsabilità giudiziaria riguarda anche l’assedio di Sarajevo, durante il quale migliaia di civili furono uccisi da bombardamenti e cecchini.


Arrestato in Serbia nel 2011 dopo sedici anni di latitanza, Mladić venne trasferito all’Aia e nel 2017 fu condannato all’ergastolo dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia. La sentenza fu confermata definitivamente in appello nel 2021. Nonostante queste condanne, una parte della società serba ha continuato a considerarlo un comandante che avrebbe difeso gli interessi nazionali durante la guerra. È proprio questa distanza tra la verità accertata nelle sentenze internazionali e la memoria coltivata da settori dell’opinione pubblica a spiegare l’enorme valore simbolico assunto dai funerali. Per molti partecipanti Mladić rimane un eroe militare; per i familiari delle vittime e per le associazioni impegnate nella memoria di Srebrenica, la sua celebrazione rappresenta invece una nuova ferita.


La cerimonia è stata accompagnata dagli onori militari e presieduta dal patriarca della Chiesa ortodossa serba Porfirije. Alla commemorazione e alle esequie hanno preso parte esponenti istituzionali serbi e rappresentanti della Republika Srpska. La presenza di membri del governo ha aumentato la portata politica dell’evento, attirando dure critiche internazionali. L’Unione europea aveva già richiamato Belgrado sulla necessità di evitare qualsiasi glorificazione di persone condannate per genocidio e crimini di guerra, sottolineando come il riconoscimento delle responsabilità del passato e la riconciliazione regionale siano elementi essenziali nel percorso europeo della Serbia.


Il funerale ha così assunto un significato che va ben oltre la sepoltura dell’ex generale. La Serbia è formalmente candidata all’ingresso nell’Unione europea, ma il suo percorso di adesione è da tempo rallentato da questioni riguardanti lo Stato di diritto, i rapporti con il Kosovo, la politica estera e la difficoltà di costruire una memoria condivisa delle guerre degli anni Novanta. La celebrazione pubblica di Mladić evidenzia una delle contraddizioni più profonde del Paese: da una parte l’obiettivo dichiarato dell’integrazione europea, dall’altra la permanenza di un nazionalismo che continua a rappresentare alcune figure condannate dalla giustizia internazionale come simboli della difesa della nazione.


Le reazioni più dure sono arrivate dalle associazioni delle vittime di Srebrenica, che da oltre trent’anni chiedono che il genocidio venga riconosciuto senza ambiguità e che i responsabili non siano trasformati in figure eroiche. La memoria della strage rimane uno dei punti più delicati nei rapporti tra serbi e bosgnacchi e continua a condizionare gli equilibri politici della Bosnia-Erzegovina. Anche la comunità internazionale osserva con preoccupazione il ritorno di narrazioni nazionaliste in un’area nella quale le divisioni etniche e istituzionali non sono mai state completamente superate.


Le immagini di migliaia di persone raccolte attorno alla bara di Ratko Mladić mostrano quanto il passato delle guerre jugoslave continui a essere presente nella politica e nella società dei Balcani. A più di trent’anni da Srebrenica, le sentenze internazionali hanno stabilito responsabilità individuali precise, ma non sono riuscite a produrre una memoria collettiva condivisa. L’omaggio tributato all’ex comandante serbo-bosniaco diventa così un nuovo banco di prova per i rapporti tra Belgrado, Sarajevo e Bruxelles, mentre il riconoscimento dei crimini commessi negli anni Novanta resta uno dei passaggi più difficili nel processo di riconciliazione regionale.

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