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La pasta “Made in Italy” non esisterebbe senza il grano estero: come Italmopa smonta il mito dell’autosufficienza cerealicola nazionale

L’Associazione Italiana dei Mugnai, Italmopa, ha lanciato una presa di posizione netta che rivela una realtà spesso ignorata nel dibattito pubblico: la produzione nazionale di grano duro non basta per sostenere l’industria pastaria italiana e, di fatto, la pasta che consumiamo come “italiana” dipende in misura significativa da importazioni estere di grano. Questo scenario – nelle parole di Italmopa – non è un’anomalia temporanea, ma una dinamica strutturale che accompagna da decenni la filiera cerealicola italiana. Senza il contributo del grano importato, spiegano gli industriali molitori, sarebbero a rischio volumi, qualità e continuità della produzione della pasta, uno dei simboli più forti del made in Italy alimentare.


Secondo l’associazione, senza le importazioni di frumento duro l’industria molitoria italiana non sarebbe in grado di garantire i volumi necessari per soddisfare la domanda della pastificazione, sia nazionale che internazionale. Le importazioni sono quindi “complementari e non alternative” alla produzione italiana, sottolinea Italmopa, e vengono utilizzate per integrare varietà che non sono reperibili localmente in quantità e caratteristiche tecniche adeguate. Le aziende molitorie affermano che il grano nazionale, pur interamente utilizzato quando disponibile, non copre il fabbisogno necessario per produrre semole e farine con le specifiche richieste dai pastifici italiani che esportano.


La dipendenza dalle importazioni emerge anche nei numeri: si stima che circa il 30-40 % del fabbisogno di grano duro per l’industria pastaria italiana venga soddisfatto mediante arrivi dall’estero, da Paesi come Canada, Stati Uniti, Francia, e altri che offrono varietà certificate di alta resa e caratteristiche merceologiche interessanti. Sebbene il grano importato sia spesso oggetto di critiche e sospetti in ambito mediatico, i controlli di qualità e i requisiti sanitari del sistema europeo vincolano rigorosamente ogni partita entrante, garantendo che la materia prima soddisfi standard elevati.


Questa realtà mette a nudo alcune contraddizioni: da un lato, l’immaginario collettivo tende a identificare la pasta “italiana” con il grano coltivato in Italia, come se fosse possibile raggiungere la piena autosufficienza; dall’altro, la filiera che trasforma la materia prima è costretta ad accettare l’interdipendenza internazionale per non incepparsi. L’eccellenza della pasta italiana, quindi, non risiede esclusivamente nell’origine della materia prima, ma nella qualità della lavorazione, nella scelta delle varietà migliori – anche estere – e nella capacità di bilanciare compatibilità tecnica, costi e continuità di approvvigionamento.


Una delle motivazioni strutturali di questa lacuna produttiva nazionale è il deficit di superficie coltivata a grano duro, che in molte regioni non è sufficiente a produrre quantità adeguate per la filiera. A ciò si aggiunge la disparità di resa e le condizioni climatiche variabili che penalizzano la qualità del raccolto locale: parametri come il contenuto proteico e il peso ettolitrico, fondamentali per la resa tecnologica, spesso non vengono soddisfatti su scala nazionale per tutte le partite raccolte. Questo rende necessario, per la molitura industriale, un mix di varietà che solo un approvvigionamento internazionale può garantire, soprattutto nei momenti in cui i raccolti italiani sono segnati dal calo delle rese dovuto a eventi atmosferici, siccità o stress idrici.


Italmopa critica anche l’idea di individuare l’import come “capro espiatorio” per giustificare difficoltà del mercato del frumento: attribuire a esso i problemi del settore agricolo ignora le criticità strutturali della cerealicoltura italiana. Secondo la posizione dell’associazione, le vere sfide sono altrove: occorre lavorare su investimenti che migliorino la qualità media del grano nazionale, ammodernare le strutture di stoccaggio, potenziare la logistica e promuovere aggregazioni dell’offerta che permettano volumi più consistenti e competitivi. Solo così la produzione interna può essere valorizzata e i gap rispetto ai produttori internazionali possono essere ridotti.


Un elemento centrale del ragionamento è la comunicazione e la percezione del consumatore: Italmopa avverte che l’attacco ideologico al grano estero rischia di danneggiare la filiera perché crea disinformazione e alimenta tensioni tra agricoltori, molitori e pastai. Bisognerebbe invece promuovere una cultura della filiera che valorizzi il contributo complementare delle importazioni e riconosca le reali leve di cambiamento: contratti di filiera solidi, standard qualitativi condivisi, strumenti di garanzia, innovazione varietale e adeguamento infrastrutturale.


Il tema del prezzo è un altro nodo: Italmopa respinge l’equazione che le importazioni siano causa principale dell’aumento del costo del grano, sostenendo che spesso il grano straniero è acquistato a prezzi più elevati rispetto a quello nazionale. Le dinamiche mondiali sui mercati delle materie prime, i costi di trasporto, le oscillazioni valutarie, la domanda globale e i fattori climatici incidono in misura ben maggiore. Per Italmopa, l’attenzione deve essere spostata dalle polemiche all’efficienza della filiera.


Nel lungo periodo, l’obiettivo dichiarato è quello di aumentare la percentuale di grano nazionale utilizzato senza compromettere la qualità della pasta e la sicurezza dell’approvvigionamento. Ma un’Italia che voglia aspirare a un maggior grado di autonomia cerealicola deve affrontare nodi fondativi: incentivare varietà adatte al clima locale e con rese competitive, sostenere investimenti nelle reti di stoccaggio, migliorare la strutturazione dell’offerta e rafforzare i legami lungo tutta la catena – dal campo alla tavola.


In definitiva, l’asserzione che “la pasta 100% italiana” sia una realtà compiuta appare oggi largamente mitizzata: l’industria italiana della pasta ha costruito la sua forza non sul rifiuto dell’import, bensì sulla capacità di combinare il meglio delle materie prime globali con le capacità artigianali, tecnologiche e qualitative che definiscono il valore unico del prodotto finale. Le importazioni di grano duro non sono un difetto, ma un elemento essenziale del sistema che consente al simbolo gastronomico italiano di reggere la sfida dei mercati internazionali e della competizione globale per qualità, innovazione e affidabilità.

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