La Cina punta al raddoppio del PIL pro capite in dieci anni tra ambizioni politiche e sfide strutturali
- piscitellidaniel
- 8 ott
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Il governo cinese ha fissato un obiettivo tanto ambizioso quanto simbolico: raddoppiare il PIL pro capite entro il prossimo decennio. La strategia, che verrà definita nel piano quinquennale 2026-2030, rappresenta uno dei capisaldi della visione economica di Xi Jinping. Non si tratta solo di un traguardo numerico, ma di un obiettivo politico che incarna l’idea di una Cina “moderatamente prospera”, capace di mantenere crescita, stabilità sociale e supremazia tecnologica in un contesto globale sempre più competitivo. L’economia cinese si trova però in una fase di maturazione complessa: la crescita resta sostenuta, ma i margini di espansione si assottigliano e i rischi strutturali si moltiplicano.
Negli ultimi vent’anni, la Cina ha visto una crescita straordinaria del PIL pro capite, grazie a una combinazione di industrializzazione accelerata, investimenti infrastrutturali massicci e politiche di apertura graduale ai mercati internazionali. Tuttavia, l’epoca dei tassi a due cifre è ormai alle spalle. Nel 2024, il Paese ha registrato una crescita del 5,4%, un dato che, seppur positivo, segna un rallentamento rispetto ai livelli del passato. Raddoppiare il reddito medio in dieci anni significherebbe mantenere una crescita annua reale tra il 6 e il 7%, un traguardo che richiederà un equilibrio perfetto tra stimolo economico, riforme strutturali e innovazione tecnologica.
Uno dei pilastri su cui Pechino intende basarsi è proprio l’innovazione. La Cina vuole trasformarsi da “fabbrica del mondo” a potenza tecnologica autonoma. L’investimento in ricerca e sviluppo, già pari a circa il 2,6% del PIL, dovrà aumentare ulteriormente, concentrandosi su settori strategici come semiconduttori, intelligenza artificiale, biotecnologie ed energie rinnovabili. L’obiettivo è incrementare la produttività totale dei fattori e ridurre la dipendenza tecnologica dall’Occidente, un vincolo che le recenti restrizioni commerciali imposte dagli Stati Uniti hanno reso particolarmente evidente. La crescita futura dovrà dunque basarsi più sulla qualità dell’innovazione che sulla quantità degli investimenti.
Parallelamente, Pechino dovrà affrontare uno dei nodi più critici della sua economia: il rallentamento demografico. La popolazione cinese è entrata in una fase di declino naturale e l’invecchiamento è accelerato. Il numero di cittadini in età lavorativa diminuisce, riducendo il potenziale di crescita e aumentando i costi previdenziali e sanitari. Il governo sta tentando di contrastare la tendenza con incentivi alla natalità e con politiche di sostegno alle famiglie, ma i risultati sono ancora modesti. In un contesto in cui la forza lavoro cala e il costo del lavoro aumenta, la produttività dovrà compensare la perdita quantitativa con un miglioramento qualitativo.
Un altro punto centrale è rappresentato dalle riforme strutturali. L’economia cinese rimane fortemente dipendente dallo Stato e dal credito pubblico, mentre il settore privato, pur vivace, subisce ancora vincoli regolamentari e barriere all’accesso ai capitali. La riforma del settore bancario e l’apertura del mercato finanziario interno sono considerate condizioni indispensabili per sostenere la crescita di lungo periodo. Tuttavia, liberalizzare significa anche accettare una maggiore volatilità e rischi finanziari che Pechino, tradizionalmente avversa all’instabilità, ha finora cercato di evitare. L’equilibrio tra controllo politico e dinamismo economico sarà dunque una delle prove decisive del prossimo decennio.
Il piano di sviluppo prevede anche un rinnovato impulso all’urbanizzazione e al potenziamento del capitale umano. La Cina intende spostare milioni di persone dalle aree rurali verso le città medie e grandi, migliorando al contempo l’istruzione, la formazione e la sanità. L’urbanizzazione, già avanzata, può ancora rappresentare un motore di produttività e di consumo interno. Tuttavia, essa comporta anche una sfida ambientale rilevante: Pechino si è impegnata a raggiungere la neutralità carbonica entro il 2060, ma una crescita troppo rapida rischia di allontanare questo obiettivo, aumentando le emissioni e la pressione sulle risorse naturali.
Il debito rappresenta un ulteriore vincolo di rilievo. Le amministrazioni locali hanno accumulato ingenti passività attraverso veicoli di investimento pubblico, utilizzati per finanziare infrastrutture spesso poco redditizie. Il rischio è che l’eccesso di leva finanziaria si trasformi in un freno per la crescita, obbligando il governo centrale a intervenire per evitare default a catena. Per questo motivo, la nuova strategia economica dovrà spostare l’attenzione dal semplice volume degli investimenti alla loro efficienza e sostenibilità. La logica dei grandi progetti a basso rendimento, che ha funzionato nei decenni scorsi, non può più garantire risultati analoghi in un’economia matura.
Sul fronte esterno, la Cina deve muoversi in un contesto internazionale sempre più complesso. Le tensioni commerciali con gli Stati Uniti e l’Unione Europea, le restrizioni sulle tecnologie sensibili e la crescente competizione nelle catene globali del valore rappresentano ostacoli concreti alla crescita. Pechino cerca di diversificare i mercati di sbocco attraverso accordi con i Paesi del Sud globale e un rafforzamento della cooperazione all’interno della Nuova Via della Seta. Tuttavia, la dipendenza dall’export rimane elevata e le pressioni protezionistiche potrebbero ridimensionare i margini di espansione del commercio estero.
A livello interno, il successo del piano dipenderà anche dalla capacità del governo di preservare la coesione sociale. La crescita economica degli ultimi decenni ha ampliato il divario tra le aree urbane e rurali, e tra le regioni costiere e l’entroterra. L’obiettivo di raddoppiare il PIL pro capite avrà senso solo se la ricchezza verrà redistribuita in modo più equo. Le politiche di welfare, i programmi di sostegno ai redditi più bassi e la riduzione delle diseguaglianze territoriali saranno quindi componenti essenziali del progetto.
La Cina dispone ancora di margini di manovra significativi: un’elevata capacità produttiva, riserve valutarie imponenti, un sistema statale efficiente e un apparato politico in grado di pianificare su orizzonti di lungo termine. Tuttavia, la sfida per il decennio che inizia non sarà solo economica, ma di modello. Pechino dovrà dimostrare di saper coniugare crescita e sostenibilità, controllo e flessibilità, prosperità materiale e stabilità sociale. Il raddoppio del PIL pro capite non sarà dunque solo un traguardo statistico, ma un banco di prova della tenuta complessiva del sistema economico e politico cinese.

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