La Bce teme il ritorno dell'inflazione bassa: nel mirino il rischio di undershooting
- Martina Migliorati
- 7 lug 2025
- Tempo di lettura: 3 min

A un mese dalla riunione di giugno, la Banca Centrale Europea ha pubblicato i verbali che illustrano le riflessioni interne al board dopo l’ottavo taglio consecutivo dei tassi di interesse nell’Eurozona. Tra le righe emerge un termine chiave: “undershooting”, ovvero il rischio che l’inflazione scenda sotto il target del 2% in modo duraturo. Un fenomeno che, se dovesse consolidarsi, potrebbe avere implicazioni profonde per la politica monetaria europea. L’“undershooting” è l’opposto dell’“overshooting”: mentre quest’ultimo si verifica quando l’inflazione supera l’obiettivo, il primo indica una dinamica contraria, in cui il tasso di crescita dei prezzi si mantiene sotto il livello desiderato. A giugno, l’inflazione ha toccato il 2%, in rialzo rispetto all’1,9% di maggio, centrando perfettamente il target della BCE. Tuttavia, secondo le stime dell’istituto stesso, già nella seconda metà del 2025 e per tutto il 2026 l’inflazione potrebbe assestarsi nuovamente all’1,9%, aprendo la strada a uno scenario prolungato di “scostamento verso il basso”. Il tema divide profondamente i membri della BCE. Da un lato, Luis de Guindos, vicepresidente dell’istituto, invita a considerare il fenomeno come “temporaneo”, esprimendo un moderato ottimismo. Dall’altro, il governatore finlandese Olli Rehn mette in guardia dal rischio di autocompiacimento e suggerisce l’opportunità di un ulteriore taglio dei tassi. Secondo Rehn, solo un’azione preventiva potrebbe evitare che l’inflazione si stabilizzi sotto il target. Dai verbali si evince una tensione palpabile: parte del board teme che aspettative troppo basse sull’inflazione possano disancorarsi, innescando un effetto a catena. Tra gli esempi citati vi sono i rinnovi contrattuali: in presenza di bassa inflazione, le richieste salariali nei negoziati collettivi potrebbero attenuarsi, frenando ulteriormente la dinamica dei prezzi. Si teme dunque un circolo vizioso, con rischi strutturali per l’intera economia dell’area euro. Il confronto tra “falchi” e “colombe” si rinnova. I primi, tradizionalmente favorevoli a una politica monetaria restrittiva, ritengono che l’inflazione si trovi in una fase transitoria di discesa dovuta all’effetto base, alla riduzione dei costi energetici e al rafforzamento dell’euro. Le “colombe”, invece, ricordano quanto accaduto nel decennio pre-Covid, quando, nonostante i tassi negativi e l’enorme quantità di stimoli monetari, l’inflazione non riusciva a raggiungere il target del 2%. I verbali non possono esplicitare apertamente dubbi sulla capacità della BCE di mantenere il proprio obiettivo. Un’aperta ammissione indebolirebbe la credibilità dell’istituto. Anche in passato, in piena deflazione, la BCE evitò di considerare scenari di inflazione negativa nei suoi stress test bancari. Ma tra le righe, le preoccupazioni affiorano. Non tanto per un rischio imminente, quanto per un possibile rallentamento della spinta inflattiva strutturale, alimentata da salari contenuti e domanda fiacca. Nei prossimi mesi, la battaglia si sposterà sul piano della comunicazione. I falchi tenderanno a minimizzare i segnali di debolezza, mentre le colombe li enfatizzeranno per spingere verso ulteriori tagli. Il compromesso, almeno provvisorio, potrebbe trovarsi su un altro fronte: il cambio euro-dollaro. Se l’euro dovesse rafforzarsi oltre quota 1,20 in modo stabile, l’effetto disinflazionistico sulle importazioni potrebbe rafforzare le spinte al ribasso sull’inflazione. Anche in questo caso, de Guindos ha espresso preoccupazione: un euro troppo forte non sarebbe positivo per un’economia europea che “non sta andando bene”. In tale contesto, un nuovo intervento della BCE potrebbe diventare inevitabile. L’“undershooting” da rischio potenziale si trasformerebbe in minaccia concreta, con effetti non solo economici, ma anche politici. La sfida più difficile per la Banca Centrale Europea non sarà solo quella di dosare i tassi, ma di orientare le aspettative. Mantenere la fiducia degli operatori nella stabilità dei prezzi, pur in presenza di segnali di rallentamento, richiederà una comunicazione calibrata e coerente. In gioco non c’è solo la traiettoria dell’inflazione, ma la credibilità stessa della politica monetaria europea in una fase storica in cui l’incertezza resta la principale costante.



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