L’inflazione core rallenta negli Stati Uniti a giugno ma la Federal Reserve resta cauta: il quadro resta incerto tra pressioni sui prezzi e politica monetaria
- piscitellidaniel
- 15 lug
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Nel mese di giugno, l’economia statunitense ha mostrato segnali contrastanti in materia di inflazione. I dati diffusi dal Dipartimento del Lavoro segnalano un aumento dell’indice dei prezzi al consumo (CPI) dello 0,3% su base mensile e del 2,7% su base annua, un’accelerazione rispetto al +2,6% di maggio. Tuttavia, la vera notizia che ha attirato l’attenzione degli analisti è il rallentamento dell’inflazione core, ovvero quella depurata dai beni più volatili come alimentari ed energia, che ha segnato un +0,2% rispetto al mese precedente, il livello più contenuto da inizio anno, e un +2,9% su base annuale, in calo rispetto al +3,0% registrato a maggio.
Il dato è stato accolto positivamente dai mercati, che hanno interpretato la dinamica come un potenziale segnale di raffreddamento della pressione sui prezzi. La core inflation è considerata l’indicatore più rappresentativo delle tendenze di fondo dei prezzi e, quindi, quello più osservato dalla Federal Reserve per valutare la direzione futura della politica monetaria. Il fatto che per il secondo mese consecutivo l’inflazione core mensile sia rimasta sotto il livello dello 0,3% suggerisce che l’irrigidimento delle condizioni monetarie deciso dalla Fed negli ultimi due anni sta iniziando a produrre gli effetti desiderati.
Tuttavia, il quadro resta lontano dalla stabilità desiderata. L’inflazione core al 2,9% è ancora superiore all’obiettivo del 2% fissato dalla banca centrale americana. Inoltre, alcune componenti del paniere CPI mostrano segnali di persistente rialzo. I servizi abitativi, ad esempio, hanno continuato a crescere, spingendo verso l’alto l’indice generale. I costi dei trasporti e delle assicurazioni sanitarie hanno registrato aumenti consistenti, mentre i prezzi di alcuni beni soggetti a dazi, come componenti elettronici, macchinari e prodotti importati dalla Cina, hanno mostrato una tendenza al rialzo più marcata.
Sul fronte energetico, si è registrata una certa stabilità nei prezzi dei carburanti rispetto ai mesi precedenti, mentre gli alimentari hanno visto un incremento marginale, contribuendo così a contenere l’indice generale. Tuttavia, gli effetti dei nuovi dazi introdotti dall’amministrazione Biden nel mese di maggio — che colpiscono beni cinesi per un valore di circa 18 miliardi di dollari — non si sono ancora pienamente dispiegati. Secondo diversi analisti, l’impatto pieno delle misure protezionistiche si manifesterà nei dati di luglio e agosto, introducendo un nuovo fattore di incertezza per i consumatori e per la Fed.
La banca centrale, dal canto suo, ha mantenuto il tasso di riferimento nel corridoio 5,25%-5,50%, il più alto degli ultimi vent’anni, e ha confermato un approccio dipendente dai dati. Il presidente Jerome Powell ha ribadito in diverse occasioni che eventuali tagli ai tassi saranno presi in considerazione solo quando ci sarà “maggiore fiducia” nel ritorno sostenibile dell’inflazione al target. In tal senso, i dati di giugno possono essere letti come un primo passo in quella direzione, ma non ancora sufficiente per giustificare un’inversione della politica monetaria.
Un ulteriore elemento che frena l’ottimismo è la solidità ancora evidente del mercato del lavoro. A giugno sono stati creati 206.000 nuovi posti di lavoro, con un tasso di disoccupazione stabile al 4,1%. Sebbene si tratti di un livello ancora contenuto in termini storici, alcuni segnali di rallentamento cominciano a emergere, soprattutto nel settore manifatturiero e in alcune aree dei servizi. La crescita dei salari si è leggermente moderata, ma resta ancora superiore al 4% su base annua, contribuendo a mantenere la domanda interna su livelli elevati.
I mercati finanziari hanno reagito con moderato entusiasmo alla pubblicazione dei dati. L’indice S&P 500 ha registrato un rialzo dell’1,3%, mentre il rendimento del Treasury decennale è sceso sotto il 4,2%, segnale che gli investitori cominciano a prezzare una possibilità più concreta di un taglio dei tassi entro l’autunno. Anche il dollaro ha perso terreno rispetto all’euro e allo yen, in un contesto in cui si rafforzano le attese di un ciclo più accomodante da parte della Fed rispetto ad altre banche centrali.
Nel frattempo, le previsioni dei principali centri di ricerca economica rimangono caute. Goldman Sachs, Morgan Stanley e JPMorgan concordano sul fatto che un primo taglio dei tassi potrebbe arrivare a settembre, ma solo se i dati sui prezzi dei prossimi mesi confermeranno un’ulteriore moderazione. L’attenzione resta puntata sull’inflazione dei servizi, considerata particolarmente rigida e sensibile alle dinamiche salariali, e sugli effetti dei dazi sull’import di beni di largo consumo.
A livello politico, la questione inflazione rimane centrale anche nel dibattito pre-elettorale. L’amministrazione Biden ha rivendicato i risultati nella lotta al caro vita, sottolineando come l’inflazione sia scesa di oltre cinque punti percentuali rispetto al picco del 2022, quando toccò il 9,1%. Tuttavia, i repubblicani accusano la Casa Bianca di aver innescato l’ondata inflattiva con una politica fiscale troppo espansiva nel biennio post-pandemia, e pongono l’accento sull’aumento del costo della vita che ancora grava su milioni di famiglie americane.
La combinazione tra dati macroeconomici, tensioni commerciali e incertezza politica rende il lavoro della Fed particolarmente complesso. Ogni indicatore viene analizzato con attenzione alla ricerca di segnali coerenti sulla direzione dell’economia. In tale contesto, l’inflazione core al 2,9% rappresenta una tregua, ma non ancora un punto di svolta. L’equilibrio tra il contenimento dei prezzi e il sostegno alla crescita resta delicato e soggetto a rapide evoluzioni.

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