In Germania non c’è (ancora) deindustrializzazione, ma la ritirata manifatturiera è un campanello d’allarme che preoccupa profondamente
- piscitellidaniel
- 7 ott
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Negli ultimi mesi, l’economia tedesca ha mostrato segnali inquietanti: non si può parlare con certezza di una deindustrializzazione conclamata, ma il fenomeno della ritirata del settore manifatturiero — sia in termini di produzione che di occupazione — è sotto gli occhi di tutti. Le ombre che si allungano sul futuro della principale economia europea implicano non solo riflessioni sulle strategie interne, ma anche sulle catene globali del valore, le politiche energetiche, le risorse tecnologiche e la sostenibilità stessa del modello tedesco.
Il primo elemento da chiarire riguarda il significato stesso di “deindustrializzazione”: non è sufficiente la perdita di alcuni posti di lavoro nel manufacturing per dichiarare che un paese stia perdendo la propria base industriale. La deindustrializzazione presuppone un mutamento strutturale: una contrazione permanente e irreversibile dell’industria, una perdita di quote del PIL destinate al settore manifatturiero, e un ruolo marginale nei processi d’innovazione tecnologica. Al momento, in Germania non si può affermare che tale processo sia già alle sue fasi estreme, ma i dati mostrano che resistenze hanno ceduto e che il trend è verso una riduzione sotto stress.
Uno dei sintomi più evidenti della fragilità in corso è la perdita netta di posti di lavoro nel settore industriale: negli ultimi anni sono state segnalate decine o centinaia di migliaia di posizioni soppresse nei comparti manifatturieri. Alcune analisi riportano un calo occupazionale generalizzato che investe soprattutto le imprese ad alta intensità energetica. L’associazione degli imprenditori dell’industria metallurgica e metalmeccanica (Gesamtmetall) ha lanciato l’allarme sulla rapidità e la profondità di questa emorragia, sottolineando che un’ulteriore contrazione porterebbe a danni sistemici.
Accanto al dato occupazionale, emerge una contrazione degli investimenti e degli ordini: molte imprese segnalano che la domanda interna ed esterna appare debole, che gli incentivi sono incerti, e che il costo del capitale e dell’energia penalizza le decisioni produttive. In più, alcune aziende storiche, oggi indebolite dal carico competitivo internazionale, stanno rimodulando le proprie strategie di lungo periodo, riducendo livelli produttivi o delocalizzando parte delle attività verso Paesi con costi energetici e fiscali più favorevoli.
Il ruolo dell’energia è centrale in questa fase critica. La transizione energetica (“Energiewende”) che la Germania ha avviato con ambizione è vissuta oggi come una sfida: da un lato la decarbonizzazione e l’adozione di fonti rinnovabili sono politiche imprescindibili dal punto di vista ambientale; dall’altro, le aziende industriali richiedono energia stabile, sostenibile e competitiva. Le crisi internazionali, la riduzione delle forniture di gas (in conseguenza del conflitto con la Russia) e l’incremento dei prezzi dell’elettricità e del gas impongono un costo che pesa molto su chi opera nei settori ad alta intensità energetica — ad esempio chimica, siderurgia, materiali avanzati. Quando l’energia diventa un elemento di costo insostenibile, l’industria perde parte del vantaggio comparato.
Un altro fattore critico è la competizione globale: la Germania, pur restando uno dei pilastri dell’export europeo, si trova in un contesto internazionale in mutazione. Le catene del valore si stanno ristrutturando, i costi di trasporto e logistica mutano, e l’innovazione tecnologica avanza in modo disomogeneo. Paesi con costi industriali più bassi — anche all’interno dell’Europa orientale o nei paesi emergenti — possono attrarre segmenti produttivi che un tempo erano compresi nelle reti tedesche di fornitura. In alcune filiere, l’industria tedesca ha ceduto volumi produttivi a paesi terzi, che realizzano sotto‐componenti, assemblaggio o produzioni specializzate con margini ridotti ma condizioni costi migliori.
Non va poi trascurato l’effetto regolatorio e burocratico. Le imprese segnalano che la complessità normativa, gli oneri ambientali, le procedure amministrative e la scarsità di coerenti incentivi strategici rappresentano un freno reale agli investimenti e all’innovazione. In un contesto dove le aziende devono spesso anticipare grandi scommesse tecnologiche, l’incertezza regolatoria diventa un deterrente.
Ad aggiungersi ai fattori interni, il panorama europeo e globale impone scelte obbligate: i piani industriali comunitari, i fondi per la transizione ecologica, le politiche per i semiconduttori, le pressioni sulle supply chain strategiche assumono rilievo crescente. Se la Germania si indebolisce nella manifattura, l’intera infrastruttura economica europea che dipende dalle commesse tedesche può risentirne in misura rilevante. Alcuni paesi membri che già integrano output tedeschi nella propria industria esporteranno meno se la “macchina tedesca” rallenta.
Tuttavia, non tutto è perduto e non si può parlare ancora di resa: permangono capacità produttive di eccellenza, competenze ingegneristiche avanzate e un patrimonio tecnologico che costituisce ancora un vantaggio competitivo significativo. Ci sono segmenti industriali — ad esempio nei beni capitali ad alta tecnologia, nei macchinari di precisione, nella robotica e nella filiera automobilistica premium — che conservano forza e visibilità internazionale.
La questione chiave è se la Germania saprà accompagnare questa fase transitoria con politiche industriali che compensino i rischi. Alcuni attori auspicano interventi mirati: sostegno energetico alla produzione, incentivi per la decarbonizzazione che non penalizzino la competizione, investimenti strategici nella digitalizzazione e nelle tecnologie abilitanti. Anche il ruolo della politica europea è decisivo: una strategia comune per evitare squilibri distruttivi tra aree industrializzate e in declino, l’armonizzazione dei costi energetici e la protezione delle filiere strategiche possono contenere l’erosione produttiva.
Un altro tema cruciale sarà la reazione sociale e politica. Se la percezione diffusa sarà quella di un’industria che arretra, potrà alimentarsi una crisi di fiducia nelle istituzioni e nelle élite economiche. I sindacati chiedono già un’azione urgente per “fermare la deindustrializzazione prima che si affermi come realtà irreversibile”. Essi mettono in guardia che non basta lasciare che il settore servizi assorba i disoccupati: non tutti i posti persi nell’industria hanno equivalenti nel terziario, sotto il profilo salariale, della qualificazione e della coesione territoriale.
La Germania di oggi è dunque sospesa: non appare ridotta a un’economia dominata dal solo terziario — benché il peso dei servizi sia aumentato — ma il baricentro produttivo è sotto tensione. Il “cuore manifatturiero” pulsa meno forte.
Se il calo manifatturiero proseguirà con vigore, se gli elementi di attrito (energia, regolazione, concorrenza internazionale) non saranno affrontati con visione sistemica e investimenti lungimiranti, il rischio è che col tempo il termine “deindustrializzazione” passi dall’essere avvertito come esagerazione retorica a descrizione fattuale di un punto di non ritorno.
La Germania resta comunque dotata di un capitale economico, istituzionale e tecnologico che può servire da leva di riscatto. La domanda aperta è se le classi dirigenti sapranno capire che l’industria non è un retaggio da liquidare, ma una base su cui costruire adattamento, innovazione e resilienza nel XXI secolo.

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