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Francia: Macron isolato, Philippe unico alleato rimasto e il fronte delle elezioni presidenziali che si allarga

La crisi politica in Francia ha assunto proporzioni ben più profonde e gravi: Emmanuel Macron, nonostante la carica presidenziale, si trova sempre più solo nell’arena politica, con i suoi avversari che guadagnano terreno e perfino i suoi ex collaboratori che manifestano dubbi, frustrazioni e prese di distanza. Tra questi spicca il nome di Édouard Philippe, un tempo uno dei principali fedeli del presidente, oggi l’unico alleato che ancora appare disposto a dialogare con lui. E in mezzo a questa tensione, le voci che chiedono elezioni anticipate – e persino le dimissioni – si fanno sempre più insistenti.


Il punto di rottura visibile è arrivato dopo il collasso del governo guidato da François Bayrou, che non ha superato il voto di fiducia all’Assemblea nazionale, determinando un vuoto politico e l’urgenza di ridefinire gli equilibri interni all’Élysée e all’Assemblea stessa. Le dimissioni del governo hanno scoperchiato un malessere latente: Macron non ha più una maggioranza stabile, le alleanze parlamentari si sono frantumate e i partiti che lo sostenevano stanno riposizionandosi, alla ricerca di nuovi sponde e nuove strategie.


In questo scenario, Philippe emerge come figura cruciale. Politico di centro-destra con radici nell’area moderata, è stato primo ministro sotto Macron e successivamente ha creato una propria formazione politica, “Horizons”. Nel corso degli anni ha rappresentato un ponte tra i moderati centristi e l’ala riformista della destra. Ora, davanti alla crisi che investe Macron, Philippe appare come l’unico politico con cui il presidente prova a mantenere un dialogo. Non è però un sostegno incondizionato: le sue prese di posizione recenti denunciano l’impotenza delle attuali maggioranze e la necessità di rimettere al centro la legittimità elettorale e il bisogno di chiarezza politica. Philippe ha manifestato la sua disponibilità a un rinnovamento istituzionale che includa nuove elezioni, posizionandosi non come un sostenitore passivo di Macron, ma come attore che cerca di mediare tra stabilità e legittimità democratica.


Il vuoto lasciato dagli altri alleati è significativo. Partiti che un tempo orbitavano attorno al sostegno presidenziale si sono progressivamente distanziati, spaventati dalla mancanza di concretezza nell’attuazione delle riforme — soprattutto su temi delicati come la spesa pubblica, il debito, l’immigrazione e le politiche sociali — e dall’erosione dei consensi. Le tensioni interne alla coalizione “Ensemble” si sono acuite, e una parte dei parlamentari appare pronta ad abbandonare il progetto comune in favore di strategiche alleanze con la maggioranza o con l’opposizione.


La debolezza del quadro parlamentare è aggravata da un dato di opinione pubblica che non sorride al presidente. I sondaggi mostrano una discesa costante dei consensi per Macron e per il suo partito centrista, fermamente sotto il 15 %. Non è solo una questione numerica: è la crisi di autorevolezza che si aggrava, la sensazione che le sue scelte politiche siano disconnesse dai bisogni percepiti dai cittadini, la difficoltà di confrontarsi con forze politiche che hanno trovato terreno fertile nel disincanto e nella protesta. Il partito di estrema destra RN e il movimento di sinistra radicale registrano guadagni in termini di posizionamento strategico e capacità di mobilitazione, nutrendosi proprio dello spaesamento di chi non si riconosce più nelle scelte del governo centrale.


Il tema elettorale è diventato inevitabile: Philippe ha chiesto che Macron annunci elezioni presidenziali anticipate, ma ha indicato che ciò debba avvenire in modo ordinato, una volta approvato il bilancio, al fine di evitare una crisi istituzionale incontrollata. La richiesta non è simbolica: se venisse accolta, segnerebbe un cambio di paradigma nella Quinta Repubblica, in cui presidenzialismo e forte verticalità del potere presidenziale sono sempre stati pilastri. Le dimissioni di Macron e la convocazione di un nuovo voto anticipato verrebbero percepite come atti estremi ma forse inevitabili, per ristabilire un rapporto diretto fra popolo e istituzioni.


Di fronte a ciò, le opzioni a disposizione del presidente sono ormai limitate. Può tentare di nominare un nuovo primo ministro, sperando in una maggioranza rifondata — ma molti osservatori ritengono che ogni nuovo esecutivo faticherà a durare anche poche settimane. Può sciogliere anticipatamente l’Assemblea nazionale e indire nuove elezioni legislative, sperando di ricostruire una coalizione più stabile — ma questo rischierebbe di intensificare l’instabilità politica e di dare ulteriore forza alle forze estreme. Oppure può accettare la pressione politica e anticipare in modo ordinato la sua uscita, affidando a Philippe o a un governo di transizione la gestione del passaggio fino alle elezioni presidenziali.


L’isolamento del presidente, che in altri tempi sarebbe stato mitigato dai rapporti fiduciari con partiti e figure chiave, oggi è concreto: mancano interlocutori con peso parlamentare credibile, il sostegno mediatico è critico, e la base politica appare dilaniata da divisioni interne. Macron è chiamato a una scelta: può tentare di resistere fino alla fine del mandato, sperando che le dinamiche parlamentari si riassestino, o può accettare che il momento richieda una transizione anticipata. L’unica certezza è che il tempo stringe, i margini sono stretti e le scelte che saranno compiute nelle prossime ore avranno ripercussioni durature non solo sulla figura del presidente, ma sull’assetto politico e istituzionale della Francia per gli anni a venire.

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