Da Tel Aviv a Gaza: esplode la gioia per la tregua ma si moltiplicano i timori per il domani
- piscitellidaniel
- 10 ott
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Le reazioni sono state immediate e contrastanti: mentre a Gaza i quartieri ancora agibili hanno accolto con canti, bandiere e lacrime il cessate il fuoco appena entrato in vigore, a Tel Aviv molte strade sono tornate a pulsare di vita con un senso di sollievo e speranza. Dopo giorni di bombardamenti incessanti, blackout, sirene e paura diffusa, il momento della tregua ha assunto contorni quasi surreali: da una parte la liberazione, per qualche ora, dall’angoscia; dall’altra, la consapevolezza che il futuro resta segnato da profondi nodi politici, strategici e umanitari che nessun accordo potrà sciogliere con un colpo di spugna.
Nelle strade già distrutte di Gaza City, alcune famiglie si sono riversate fuori dalle loro abitazioni per abbracciarsi, cantare inni nazionali, distribuire bevande tra vicini. Molte persone si sono affacciate tra le macerie per percepire il silenzio dopo giorni di esplosioni ravvicinate: un silenzio che pesa più di ogni parola. Alcune zone periferiche, meno colpite, hanno visto la ripresa timida del traffico locale e il passaggio di piccoli convogli di aiuti, sotto protezione. Anche nei quartieri residui dove gli edifici sono ancora in piedi, la vita cerca di rialzarsi: bambini che escono per respirare un’aria non più saturata da fumo, anziani che provano a ricucire relazioni, vicini che puliscono le strade dai detriti
A Tel Aviv e nella vicina area metropolitana, la tensione è lentamente calata. Le sirene antiaeree si sono fermate, i rifugi sono stati scesi e alcune vie tornate vivibili. Bar, caffè e attività commerciali che erano rimaste chiuse hanno riaperto i battenti, con clienti che sembrano quasi sorpresi dal ritorno all’ordinario. Molti israeliani hanno espresso sollievo per il fatto che i bambini tornino a dormire senza timori continui, ma non manca il senso di guardia permanente: la tregua è recepita come un momento fragile in cui ogni incidente potrebbe riportare la guerra.
Il panorama emotivo è dunque un mosaico complesso: gioia reale ma cauta, sollievo ma anche soggezione. Non si tratta di un ritorno immediato alla normalità, quanto piuttosto di un’“interruzione” del conflitto — una pausa nella quale diverse variabili determineranno se il cessate il fuoco potrà resistere o frantumarsi.
I timori sono molteplici e tutt'altro che infondati. Primo fra tutti, la questione del rispetto delle condizioni dell’accordo: la liberazione degli ostaggi, il ritiro israeliano da aree densamente popolate, il controllo sulle attività armate residue. Una sola violazione potrebbe innescare la reazione militare e mandare in frantumi le speranze nate con la tregua. In alcune zone di Gaza, si segnalano già tensioni residue, potenziali attacchi puntuali o risposte a movimenti sospetti. Alcune fonti locali parlano di esplosioni isolate, interpretate come atti di prova della tregua.
Un altro nodo cruciale rimane quello della sicurezza: Israele pretenderà garanzie che Hamas non riarmo né riprenda attività offensive. Hamas, da parte sua, chiederà che la tregua si accompagni a concessioni politiche e restituzioni simboliche. Il disarmo, la smilitarizzazione, la supervisione internazionale e il destino delle strutture militari palestinesi saranno elementi che metteranno a dura prova ogni margine di fiducia reciproca.
Dal punto di vista umanitario, la tregua apre uno spazio prezioso per il soccorso, la cura dei feriti, l’evacuazione dei civili intrappolati e la consegna di generi di prima necessità. Ma la distruzione massiccia delle reti energetiche, delle condutture, delle strade e degli ospedali rende il lavoro logistico estremamente complicato. Molti quartieri restano isolati e gravemente danneggiati, con interruzioni d’acqua, mancanza di medicinali e condizioni igieniche precarie. I mezzi di soccorso faticano a raggiungere i luoghi dove le macerie impediscono l’accesso.
In termini simbolici, la tregua riafferma che la diplomazia e la mediazione possono prevalere sul conflitto armato anche nelle circostanze più estreme. Il ruolo degli intermediari – governi, organizzazioni internazionali, attori regionali — viene ora sotto stretta osservazione: se sapranno mantenere il coordinamento, esercitare pressione sul rispetto dell’accordo e monitorare con imparzialità, potrebbero giocare un ruolo decisivo nell’evoluzione della pace.
Il futuro sarà determinato da una serie di fattori che oggi sono in gioco. Se la tregua si consoliderà, potrebbe aprire la porta a un negoziato più complessivo, con il tema della cessazione permanente delle ostilità, del rilancio della ricostruzione, della partecipazione politica delle comunità palestinesi e della garanzia della sicurezza per Israele. In caso contrario, questa tregua potrebbe restare uno spazio effimero, destinato a dissolversi al primo errore, alla prima provocazione o al primo incidente incontrollato.
Per le persone — palestinesi e israeliane — la tregua non cambia in un attimo le ferite, il dolore, le perdite, le distruzioni materiali, le persone che non torneranno e i traumi psicologici accumulati. Ma restituisce almeno uno spiraglio: qualcosa che assomiglia a una tregua del cuore, un attimo per respirare, tentare di curare e rialzarsi. La domanda resta: quanto durerà questo momento e quanto potrà trasformarsi nel seme di un percorso di pace che vada oltre la sospensione delle armi. La risposta dipenderà da volontà politica, equilibrio di forze, pressione internazionale, fiducia reciproca e capacità di tradurre l’accordo in realtà sul terreno.

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