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Ubs in calo alla borsa di Zurigo: le nuove regole sul capitale agitano i mercati finanziari svizzeri

Il titolo UBS ha registrato il 10 giugno 2025 un calo significativo alla borsa di Zurigo, perdendo oltre il 2% in una sola seduta. A determinare la reazione negativa dei mercati è stata la pubblicazione del rapporto intermedio da parte della commissione d’inchiesta parlamentare svizzera incaricata di indagare sul crollo e successivo salvataggio di Credit Suisse nel 2023. Il documento, che contiene indicazioni severe in materia di regolamentazione bancaria, ha riacceso i timori di un imminente inasprimento dei requisiti patrimoniali per le grandi banche sistemiche elvetiche. Gli investitori hanno reagito con preoccupazione all’ipotesi che UBS possa essere obbligata a rafforzare in misura significativa la propria posizione di capitale, con conseguente impatto sulla redditività e sulla strategia di ritorno per gli azionisti.


Il cuore del dibattito risiede nella volontà del legislatore svizzero di intervenire con riforme normative mirate a rafforzare la resilienza del sistema bancario nazionale. In particolare, il rapporto intermedio raccomanda un aumento delle soglie minime di capitale regolamentare, l'introduzione di standard più stringenti di liquidità e una revisione dei poteri della Finma, l’autorità federale di vigilanza sui mercati finanziari. Si propone, inoltre, di assegnare maggiori responsabilità al Consiglio federale in materia di crisi bancarie e interventi d’urgenza. Le nuove norme, secondo quanto emerso, mirano a evitare il ripetersi di crisi sistemiche come quella che ha coinvolto Credit Suisse, il cui dissesto ha richiesto l’intervento statale e la fusione d’urgenza con UBS per evitare il collasso del sistema finanziario svizzero.


Dal punto di vista operativo, le nuove regole potrebbero costringere UBS ad accantonare più capitale, riducendo la leva finanziaria e frenando la redistribuzione di utili sotto forma di dividendi o buyback. Secondo alcuni analisti, l’impatto sulle strategie della banca potrebbe essere significativo, soprattutto alla luce della recente integrazione con le attività di Credit Suisse, ancora in fase di ristrutturazione. UBS aveva pianificato una serie di operazioni di razionalizzazione interna, vendita di asset non strategici e valorizzazione delle sinergie per migliorare la propria efficienza. Tuttavia, un aggravio dei requisiti di vigilanza potrebbe rendere più lenta e costosa questa fase di transizione, alterando anche le prospettive di crescita a medio termine.


Il mercato ha interpretato il rapporto parlamentare come un segnale che il clima politico in Svizzera si stia orientando verso una linea più dura nei confronti delle banche sistemiche, in parte anche per motivi reputazionali. L’opinione pubblica e le istituzioni elvetiche hanno infatti criticato duramente la gestione della crisi Credit Suisse, ritenendo che la vigilanza precedente non abbia saputo intervenire per tempo e prevenire il tracollo. Da qui l’esigenza di rafforzare le barriere normative e prevenire situazioni in cui i costi di salvataggio debbano ricadere, anche indirettamente, sulla collettività.


A livello internazionale, la vicenda svizzera si inserisce in un contesto più ampio di rinnovato dibattito sui requisiti patrimoniali delle grandi banche globali. Dopo la crisi finanziaria del 2008, il sistema di Basilea ha fissato standard più elevati, ma l’esperienza recente di fallimenti bancari – come Silicon Valley Bank negli Stati Uniti o appunto Credit Suisse in Europa – ha riacceso l’attenzione su rischi sistemici sottovalutati e sull’efficacia degli attuali strumenti di vigilanza. In questo quadro, la Svizzera si candida a diventare un laboratorio normativo, anticipando eventuali evoluzioni anche nel contesto del Financial Stability Board e delle autorità europee.


Gli analisti di mercato si dividono sull’impatto di lungo periodo. Alcuni sottolineano che un rafforzamento patrimoniale potrebbe aumentare la fiducia degli investitori istituzionali e ridurre il rischio di nuove crisi. Altri invece temono che i costi di compliance elevati penalizzino la competitività di UBS rispetto ai concorrenti internazionali, specie nel wealth management e nell’investment banking, due segmenti in cui la banca ha una posizione dominante. Inoltre, si teme che l’inasprimento normativo possa compromettere l’attrattività della piazza finanziaria svizzera, storicamente considerata un hub globale per la gestione patrimoniale e i servizi bancari ad alto valore aggiunto.


Il governo svizzero ha risposto alle prime critiche con toni cauti, precisando che il rapporto della commissione è un documento intermedio, utile per orientare il dibattito parlamentare ma non ancora vincolante. Tuttavia, i segnali politici sono inequivocabili: l’intenzione è di intervenire prima della fine del 2025 con una legge organica di riforma del sistema di vigilanza bancaria. Tra le ipotesi allo studio figura anche la possibilità di introdurre stress test obbligatori con cadenza semestrale e di istituire un fondo di risoluzione autofinanziato dalle banche sistemiche.


In parallelo, UBS si trova ora nella delicata posizione di dover rassicurare gli investitori, i clienti e le autorità, evitando che la percezione di maggiore vulnerabilità si trasformi in una perdita di competitività. Il CEO Sergio Ermotti, tornato alla guida del gruppo per traghettare la fusione con Credit Suisse, ha recentemente dichiarato che UBS è “ben capitalizzata” e “pronta ad affrontare qualsiasi scenario regolatorio”, ma non ha nascosto preoccupazioni sull’impatto potenziale delle nuove norme. La banca ha ribadito la sua fiducia nella strategia di lungo periodo, puntando sulla crescita in Asia e sul consolidamento della clientela Ultra High Net Worth, ma gli analisti rimangono cauti, almeno fino a quando il quadro regolatorio non sarà chiarito.

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