Prada nella bufera a Hong Kong: il “Kolhapuri sandal” indiano accende le polemiche
- piscitellidaniel
- 3 lug
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Il colosso del lusso Prada è finito al centro di un acceso dibattito internazionale dopo la presentazione, nella sua boutique di Hong Kong, di un paio di sandali femminili che hanno immediatamente attirato l’attenzione dei media e dei social network per la loro somiglianza con un modello tradizionale indiano: il “Kolhapuri”. Il caso, ribattezzato “Kolhapuri sandal scandal”, ha acceso un acceso confronto tra diritto alla creatività e rispetto del patrimonio culturale, con implicazioni che vanno ben oltre il singolo prodotto, toccando la sensibilità identitaria e il tema della proprietà culturale.
I sandali in questione fanno parte della collezione estiva 2024, presentata nel punto vendita Prada situato nel prestigioso centro commerciale Landmark a Hong Kong. Caratterizzati da una struttura in cuoio semplice, cuciture a vista e una fascia anteriore larga, il modello ha suscitato reazioni immediate per la forte somiglianza con i sandali Kolhapuri, calzature artigianali realizzate da secoli nello Stato indiano del Maharashtra, note per la loro fattura a mano, la lavorazione del cuoio e il profondo legame con la tradizione culturale locale.
L’indignazione è esplosa inizialmente in India, dove numerosi artigiani, attivisti culturali e opinionisti hanno accusato la maison italiana di appropriazione culturale, ovvero di aver replicato senza riconoscimento né compensazione un elemento identitario appartenente a una comunità artigiana ben definita. Alcuni critici hanno sottolineato come Prada abbia proposto il sandalo con un prezzo di vendita di circa 11.000 dollari di Hong Kong, corrispondenti a oltre 1.200 euro, mentre un paio di autentici Kolhapuri in India può costare meno di 20 euro, pur essendo frutto di lavorazioni complesse e tecniche tramandate oralmente.
Il governo del Maharashtra ha espresso preoccupazione per la vicenda, con alcuni rappresentanti istituzionali che hanno richiesto formalmente un’indagine e una possibile tutela internazionale per le calzature Kolhapuri, iscritte dal 2019 tra i prodotti a Indicazione Geografica (IG) dell’India. Le IG riconoscono l’origine territoriale e culturale di determinati prodotti, e nel caso dei Kolhapuri garantiscono il legame con le regioni artigiane che li producono, offrendo anche accesso a forme di tutela giuridica internazionale.
Il dibattito ha assunto una dimensione globale quando media internazionali, soprattutto anglofoni e asiatici, hanno ripreso il caso, alimentando una discussione più ampia sul modo in cui l’industria della moda globale si appropria di elementi culturali tradizionali di Paesi extraeuropei o extraoccidentali. Anche sui social, l’hashtag #KolhapuriScandal ha cominciato a circolare con rapidità, raccogliendo migliaia di commenti e richieste di chiarimenti da parte dei consumatori e attivisti.
Da parte sua, Prada non ha ancora rilasciato un commento ufficiale, ma fonti vicine all’azienda parlano di una fase di riflessione interna. Non si esclude che il gruppo possa fornire una dichiarazione nei prossimi giorni, chiarendo la genesi del prodotto e valutando un’eventuale collaborazione futura con artigiani indiani, come già fatto in passato da altri marchi internazionali. Tuttavia, al momento il prodotto resta in vendita nei punti vendita asiatici del marchio, con la scheda prodotto che non fa riferimento né alla denominazione Kolhapuri né all’origine ispirativa del design.
Gli osservatori del settore moda sottolineano come il caso Prada evidenzi le tensioni sempre più evidenti tra globalizzazione creativa e sensibilità culturali locali. Mentre per decenni la moda ha attinto liberamente a simboli, stili e materiali provenienti da ogni parte del mondo, oggi l’opinione pubblica e le istituzioni nazionali sono più attente al rispetto delle culture d’origine, soprattutto in contesti dove il riconoscimento economico degli artigiani locali è ancora carente.
Il Kolhapuri sandal, in particolare, non è solo un oggetto d’uso quotidiano, ma racchiude in sé una forte valenza simbolica. Ogni paio richiede giorni di lavorazione artigianale, segue tecniche di concia naturale del cuoio e viene decorato secondo codici che variano da villaggio a villaggio. Il suo valore culturale è tale da essere stato promosso nei circuiti internazionali dell’UNESCO e da aver ricevuto protezioni formali da parte del governo indiano.
La questione tocca anche un nodo giuridico: le tutele delle Indicazioni Geografiche a livello internazionale sono ancora poco efficaci al di fuori dei circuiti agroalimentari, lasciando molti prodotti artigianali e culturali esposti al rischio di replicazione non autorizzata. A oggi, non esiste una disciplina organica a livello WTO o WIPO per gestire le controversie relative alla riproduzione estetica di manufatti artigianali non coperti da brevetto o da design registrati.
Nel frattempo, diversi rappresentanti del mondo accademico e della moda etica hanno colto l’occasione per rilanciare il dibattito su un uso più consapevole della creatività. Alcuni auspicano che le grandi maison adottino codici di condotta più stringenti, che includano audit culturali nei processi di design, riconoscimento delle fonti d’ispirazione e, dove possibile, coinvolgimento attivo delle comunità locali.
Il caso Prada non è isolato. Negli ultimi anni, marchi come Dior, Louis Vuitton, Gucci e Valentino sono stati oggetto di critiche per l’uso di motivi tradizionali provenienti da Messico, India, Nord Africa o comunità indigene. In alcuni casi si è giunti a risoluzioni collaborative, in altri a ritiri dal mercato o a pubbliche scuse.
Se da un lato la moda resta un terreno di contaminazione e innovazione continua, dall’altro emerge con forza l’esigenza di una maggiore etica culturale nella gestione delle ispirazioni. Il Kolhapuri scandal potrebbe dunque rappresentare un nuovo banco di prova per l’industria del lusso globale, che si trova a dover conciliare creatività e rispetto, stile e giustizia, estetica e diritto.

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