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Politica di coesione, arriva la mini-riforma proposta da Fitto: più flessibilità, meno vincoli, obiettivi misurabili e nuove priorità per il post 2027

La Commissione europea ha presentato la proposta di revisione intermedia della politica di coesione 2021–2027, un intervento definito come mini-riforma dal vicepresidente del Consiglio e ministro per gli Affari europei Raffaele Fitto, che ha guidato il lavoro a Bruxelles. Il pacchetto prevede maggiore flessibilità nell’utilizzo dei fondi strutturali da parte degli Stati membri, minori vincoli burocratici e l’introduzione di nuove aree di intervento strategico, come difesa, abitazioni accessibili, gestione sostenibile delle risorse idriche e transizione energetica. Un impianto che guarda già al futuro bilancio europeo 2028–2034.


La riforma non è obbligatoria per gli Stati membri: ogni Paese potrà decidere se aderire o meno, e in che misura ridefinire i propri programmi operativi. La Commissione propone un sistema che consenta di trasferire, su base volontaria, parte dei fondi verso obiettivi emergenti e più coerenti con le priorità economiche e geopolitiche attuali. Sarà possibile far confluire nei programmi cofinanziati anche interventi previsti ma non realizzati nell’ambito del PNRR, dando una seconda vita a progetti destinati altrimenti alla decadenza al termine del 2026.


Il principio guida della proposta è la semplificazione. Il nuovo approccio prevede una riduzione dei livelli di controllo, l’eliminazione di passaggi ridondanti e l’adozione del “modello per risultati” mutuato dalla gestione del PNRR. Questo implica la definizione di traguardi verificabili, la creazione di milestone e target precisi, e un monitoraggio puntuale dell’avanzamento fisico, finanziario e procedurale delle operazioni. L’obiettivo è superare la rigidità della programmazione attuale, che spesso rallenta l’attuazione dei fondi a causa della complessità delle procedure e della frammentazione delle competenze.


La revisione introduce anche nuove priorità settoriali. Tra queste figura la possibilità di impiegare risorse per rafforzare l’industria della difesa europea, sostenere investimenti in housing sociale, promuovere l’efficienza idrica e accelerare le riforme energetiche. Sono ambiti fino ad ora estranei alla politica di coesione, ma che l’evoluzione del contesto geopolitico e ambientale ha reso centrali. Fitto ha sottolineato che questi temi non si pongono in contraddizione con l’impianto originario della coesione, ma lo aggiornano alla realtà di oggi e di domani, rendendo più efficace l’intervento pubblico sui territori.


Un altro elemento innovativo riguarda la governance. La Commissione europea punta a rafforzare il partenariato multilivello, stimolando un maggiore coinvolgimento delle Regioni, degli enti locali e delle parti sociali fin dalla fase di riprogrammazione. Viene confermata l’importanza della dimensione territoriale, ma con un’attenzione più marcata al coordinamento verticale tra livelli di governo e alla coerenza con le politiche nazionali. L’implementazione dei nuovi strumenti dovrà avvenire attraverso accordi chiari tra Stato e Regioni, con la possibilità di utilizzare anche i progetti bandiera come leve di attuazione strategica.


I tempi per l’attivazione della mini-riforma sono serrati. Entro giugno 2025 gli Stati membri dovranno comunicare alla Commissione le modifiche che intendono apportare ai propri programmi. Successivamente, sarà necessario approvare formalmente gli aggiornamenti e adattare la pianificazione operativa. La Commissione prevede che i primi progetti riconvertiti possano partire già all’inizio del 2026. Parallelamente, Bruxelles utilizzerà l’esperienza maturata in questa fase per costruire le basi della riforma vera e propria della politica di coesione post 2027.


La proposta è stata accolta positivamente da molte amministrazioni regionali e associazioni di categoria. Il Comitato europeo delle Regioni ha sottolineato la coerenza della riforma con le richieste avanzate negli ultimi anni, in particolare la necessità di superare l’eccesso di frammentazione e di introdurre regole più semplici e accessibili. Alcune Regioni hanno già annunciato l’intenzione di sfruttare la finestra di opportunità per finanziare progetti legati all’adattamento climatico, alla rigenerazione urbana e all’innovazione digitale. La Conferenza delle Regioni italiane ha chiesto però che venga mantenuto un adeguato equilibrio tra obiettivi strategici e capacità amministrativa locale, sottolineando la necessità di accompagnare la riforma con un rafforzamento degli organici tecnici e dei sistemi informativi.


Anche dal mondo delle imprese sono arrivate valutazioni favorevoli. L’Ance, l’associazione dei costruttori edili, ha definito la revisione «una svolta utile per sbloccare risorse spesso ferme», chiedendo che una parte dei fondi sia dedicata alle infrastrutture verdi e all’edilizia sostenibile. L’Alleanza delle cooperative ha chiesto di integrare nei nuovi obiettivi la promozione dell’economia sociale e dei servizi di prossimità, in particolare nelle aree interne. Le associazioni ambientaliste hanno sollecitato la Commissione a vincolare una quota dei fondi alla transizione ecologica, per evitare che i nuovi margini di flessibilità siano utilizzati per sostenere settori inquinanti o poco coerenti con il Green Deal.


Il pacchetto Fitto costituisce quindi un tassello cruciale per ridare centralità alla politica di coesione, in una fase in cui i vincoli di bilancio e la fine dei fondi straordinari post-Covid riducono lo spazio fiscale disponibile a livello nazionale. Il futuro Quadro Finanziario Pluriennale dell’Unione europea – attualmente in fase di consultazione – dovrà tenere conto di questa esperienza per riformare in modo organico la politica regionale, favorendo un’allocazione più tempestiva ed efficace delle risorse. La sfida sarà costruire un equilibrio tra responsabilità degli Stati membri e governance comunitaria, garantendo nel contempo semplificazione, trasparenza e impatto concreto.

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