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Orologi, cappellini e telefoni: così Donald Trump si trasforma in un marchio commerciale globale

Donald Trump non è più solo un ex presidente degli Stati Uniti, un candidato alla Casa Bianca o un imprenditore immobiliare: sta diventando un vero e proprio brand commerciale globale. A dirlo non sono soltanto i sostenitori del tycoon o i cronisti politici, ma i dati e le strategie di marketing che negli ultimi mesi hanno portato il nome “Trump” ad affacciarsi su un numero crescente di prodotti, dagli orologi ai cappellini, dai profumi ai cellulari. Secondo quanto riportato da Il Sole 24 Ore, l’espansione del marchio sta assumendo una nuova dimensione, più ampia e strutturata rispetto al passato, con l’obiettivo di trasformare il capitale politico in una macchina economica redditizia e capillare.


La trasformazione del nome Trump in un marchio di consumo non è certo una novità. Già negli anni ’80 e ’90, Donald Trump aveva costruito un impero immobiliare fatto di grattacieli, casinò e hotel che portavano il suo nome come garanzia di lusso e successo. Poi era arrivato il merchandising televisivo con il reality “The Apprentice”, i corsi di business, le bistecche “Trump Steaks” e persino l’acqua minerale. Ma la svolta decisiva è arrivata dopo la presidenza e, soprattutto, nel pieno della campagna per la rielezione del 2024. Ora, il marchio “Trump” è diventato il cuore di una strategia integrata che unisce comunicazione politica, identità culturale e consumo.


Il catalogo dei prodotti brandizzati “Trump” si sta ampliando con rapidità. I cappellini rossi con la scritta “Make America Great Again” sono ormai un’icona, ma oggi si affiancano a orologi da polso con la firma dell’ex presidente, bottiglie di profumo, scarpe, cinture, portafogli e persino smartphone personalizzati. In molti casi, si tratta di edizioni limitate vendute esclusivamente online attraverso canali diretti, che puntano a massimizzare l’engagement con la base elettorale. La piattaforma di vendita digitale è gestita da società collegate alla Trump Organization o ad altre entità controllate indirettamente dalla famiglia.


La strategia è chiara: trasformare la fedeltà politica in fidelizzazione commerciale. I sostenitori non sono più solo elettori, ma anche clienti. L’acquisto di un prodotto Trump diventa un atto identitario, un modo per manifestare appartenenza a una comunità che si riconosce nei valori di forza, indipendenza, nazionalismo economico e sfida al sistema. È la logica della “politica come brand”, in cui il leader non solo guida ma rappresenta un lifestyle, uno stile di vita. Lo stesso Trump lo ha affermato in più occasioni: “Il mio nome è sinonimo di successo, qualità e patriottismo”.


Dal punto di vista del marketing, il modello è quello della verticalizzazione. L’ecosistema commerciale ruota attorno a un unico nome forte che garantisce riconoscibilità e coerenza di messaggio. L’elemento centrale è il controllo della narrazione, che avviene anche attraverso canali di comunicazione propri: Truth Social, la piattaforma social creata dalla Trump Media & Technology Group, è il fulcro della propaganda e del commercio digitale. Qui vengono pubblicizzate le novità, i prodotti, le offerte, e si costruisce un rapporto diretto con milioni di follower.


Secondo alcuni osservatori, la crescita del brand Trump è destinata ad espandersi ancora. Sarebbero allo studio nuove linee di prodotti nel settore dell’abbigliamento sportivo, del wellness e persino dell’alimentazione. Alcuni insider hanno fatto trapelare l’intenzione di lanciare una linea di integratori nutrizionali per “patrioti americani”, e una collezione di abiti da lavoro per operai e lavoratori autonomi, due categorie centrali nell’elettorato trumpiano. Tutti prodotti accompagnati dal logo inconfondibile e da una narrazione coerente con l’identità “America First”.


Ma la trasformazione del politico in brand commerciale solleva anche alcune questioni di natura etica e giuridica. In primo luogo, c’è il tema della commistione tra campagna elettorale e attività d’impresa. I confini tra raccolta fondi politica e vendite commerciali sono sempre più labili, e alcuni esperti di diritto elettorale si interrogano sulla compatibilità tra il merchandising massiccio e le norme sulla trasparenza delle donazioni. Inoltre, il rischio è che l’utilizzo del marchio diventi uno strumento per aggirare limiti alle contribuzioni elettorali, mascherandole da transazioni commerciali.


Un altro aspetto riguarda la natura stessa del messaggio veicolato. Acquistare un prodotto “Trump” non è un’operazione neutrale o semplicemente estetica: è un gesto politico. Questo crea una polarizzazione anche sul piano dei consumi, in cui il prodotto stesso diventa divisivo. Molti rivenditori evitano di distribuire articoli con il logo Trump per non perdere clienti contrari al suo messaggio. Allo stesso tempo, una parte della popolazione si sente rafforzata nell’identificazione con il brand, innescando un circolo di consumo e appartenenza difficilmente riscontrabile in altri contesti.


Tutto ciò si riflette nei dati. Le vendite di merchandising legato a Donald Trump sono in costante crescita: secondo stime di Bloomberg, nel solo primo trimestre del 2024 i proventi legati alla vendita di prodotti brandizzati hanno superato i 50 milioni di dollari. Una cifra che testimonia il potere commerciale di una figura che, al di là delle valutazioni politiche, ha compreso prima di altri il valore economico del consenso identitario. E mentre la campagna per il ritorno alla Casa Bianca entra nel vivo, il marchio Trump sembra destinato a restare, qualunque sia l’esito elettorale. Perché oggi Donald Trump è più che un politico o un imprenditore: è un brand, un simbolo, un’industria.

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