Oli usati, in Italia nel 2024 raccolte 188mila tonnellate: cresce il riciclo e si rafforza l’economia circolare
- piscitellidaniel
- 24 giu
- Tempo di lettura: 3 min
Nel corso del 2024, la raccolta degli oli lubrificanti usati in Italia ha raggiunto il traguardo di 188mila tonnellate, segnando un incremento significativo rispetto all’anno precedente. Il dato, diffuso dal Consorzio Nazionale per la Gestione, Raccolta e Trattamento degli Oli Minerali Usati (CONOU), conferma il consolidamento di un sistema efficiente che da oltre trent’anni rappresenta un’eccellenza italiana nel campo dell’economia circolare. L’aumento della raccolta non è soltanto un segnale positivo sul fronte ambientale, ma anche un indicatore della crescente consapevolezza dei cittadini, delle imprese e della filiera industriale in merito al valore del recupero di risorse.
Gli oli minerali esausti sono rifiuti pericolosi: se non correttamente smaltiti, possono contaminare l’ambiente in modo grave, danneggiando il suolo, le falde acquifere e la biodiversità. Un solo litro di olio disperso può inquinare fino a un milione di litri d’acqua. Per questo motivo, la loro gestione richiede un sistema capillare, trasparente e altamente controllato. Il CONOU, unico soggetto nazionale responsabile della raccolta, ha progressivamente esteso la propria rete, raggiungendo oggi più di 100mila punti di prelievo in tutta Italia, tra officine, impianti industriali, porti, stazioni di servizio e aziende agricole.
La quota di oli usati rigenerati nel 2024 è rimasta superiore al 98%, con una parte residuale destinata a impianti di termodistruzione in casi specifici. Il dato conferma la leadership italiana nel settore, dove il riciclo avviene in prevalenza tramite rigenerazione, ovvero un processo industriale che consente di trasformare l’olio usato in nuove basi lubrificanti, completamente riutilizzabili per la formulazione di nuovi oli motore e industriali. Questa modalità di recupero, rispetto alla combustione, consente un minore impatto ambientale e un maggiore valore economico del prodotto finale.
Il processo di rigenerazione degli oli è realizzato in Italia principalmente da due soggetti industriali: Viscolube e Itelyum, con stabilimenti localizzati rispettivamente in Lombardia ed Emilia-Romagna. Questi impianti operano secondo standard ambientali elevati e producono oli base che, in molti casi, risultano anche più performanti degli equivalenti ottenuti da petrolio vergine. Si tratta di un esempio virtuoso di simbiosi industriale, in cui il rifiuto di una filiera diventa la materia prima di un’altra, riducendo la dipendenza da risorse fossili e contribuendo alla sicurezza energetica nazionale.
Il trend di crescita della raccolta del 2024 è stato trainato anche da alcuni cambiamenti normativi e logistici. La digitalizzazione dei registri di carico e scarico, l’introduzione di nuove piattaforme per la tracciabilità dei rifiuti e l’ampliamento delle campagne di sensibilizzazione hanno reso più efficiente la catena del recupero. Inoltre, l’adozione diffusa di oli sintetici a maggiore durata ha comportato un cambiamento nei flussi: meno cambi d’olio ma con una maggiore attenzione alla qualità del conferimento, evitando miscelazioni e contaminazioni.
Un ruolo decisivo è stato svolto anche dalle amministrazioni locali, con la diffusione di isole ecologiche attrezzate e servizi di raccolta mobile nelle aree rurali e montane. Questo ha permesso di aumentare la copertura territoriale e di ridurre drasticamente le situazioni di abbandono o smaltimento illecito. In particolare, Regioni come Emilia-Romagna, Veneto, Toscana e Lombardia hanno fatto registrare i tassi più alti di raccolta pro capite, mentre si osservano miglioramenti significativi anche nel Mezzogiorno, con Campania e Puglia in forte recupero.
L’industria dell’auto, della nautica e dell’agricoltura restano i principali generatori di oli usati, ma si registra una crescita anche nel comparto industriale e meccanico grazie a processi più efficienti di separazione e conferimento. Anche il settore ferroviario e quello dell’aviazione, in passato meno coinvolti, stanno aderendo con maggior sistematicità alle procedure previste dalla normativa.
L’efficienza della filiera italiana della raccolta di oli usati ha attirato l’interesse di diverse istituzioni europee, che stanno studiando il modello del CONOU come best practice da replicare negli altri Stati membri. L’Italia è uno dei pochi Paesi europei in cui la quasi totalità dell’olio usato viene intercettata prima che possa generare danni ambientali, un risultato raggiunto grazie a un sistema consortile che unisce obblighi normativi, incentivi economici e strumenti di controllo stringenti.
Sul fronte economico, il recupero degli oli usati ha generato nel 2024 un valore stimato superiore ai 150 milioni di euro, tra vendita di oli rigenerati, risparmio di materie prime e minori costi ambientali. A questi si aggiungono i benefici indiretti per il sistema sanitario e per l’economia locale, derivanti da una minore incidenza di inquinamento e da una maggiore occupazione nella green economy. L’intera filiera coinvolge circa 1.500 operatori, tra raccoglitori, trasportatori, impianti e aziende di logistica ambientale.
Le sfide per il futuro riguardano soprattutto l’integrazione con altre filiere del recupero, come quella dei filtri olio, dei contenitori contaminati e dei materiali assorbenti usati, che spesso seguono percorsi separati e meno efficienti. Inoltre, l’evoluzione della mobilità elettrica potrebbe ridurre nel lungo periodo la quantità complessiva di oli lubrificanti utilizzati, rendendo necessario un adattamento della filiera verso altri segmenti del mercato ambientale. Ma per il momento, la raccolta del 2024 conferma che il sistema italiano funziona e può ancora crescere.

Commenti