top of page

Loro Piana sotto amministrazione giudiziaria: indagini su subappalti e sfruttamento del lavoro nei laboratori tessili

La nota azienda Loro Piana, simbolo del lusso italiano nel settore dell’abbigliamento e dei tessuti pregiati, è finita sotto amministrazione giudiziaria per decisione del Tribunale di Milano. La misura, pur non configurandosi come commissariamento né come sequestro, rappresenta uno dei provvedimenti più gravi previsti dall’ordinamento italiano nell’ambito della responsabilità da reato degli enti ex D.Lgs. 231/2001. La decisione nasce da un’inchiesta della Procura milanese che ha messo in luce gravi irregolarità lungo la filiera produttiva dell’azienda, in particolare nell’utilizzo di subappalti affidati a laboratori tessili sospettati di sfruttamento del lavoro e violazioni sistematiche delle norme di sicurezza e tutela del personale.


Al centro dell’indagine vi è l’ipotesi che alcuni fornitori cinesi operanti nel Biellese e nel Vercellese abbiano utilizzato manodopera irregolare, in gran parte straniera e priva di documenti, costretta a lavorare in condizioni degradanti, con orari e salari non conformi alla legge. Secondo quanto ricostruito dalla Guardia di Finanza e dalla Direzione Distrettuale Antimafia, Loro Piana – pur non coinvolta direttamente nella gestione di questi laboratori – avrebbe agevolato tali condotte attraverso un modello organizzativo inadeguato e una scarsa vigilanza sulla catena dei subfornitori.


Il ruolo della società e la responsabilità oggettiva ex 231/2001

Il provvedimento del Tribunale, su richiesta della Procura, ha disposto per un anno l’affiancamento dell’amministrazione giudiziaria alla governance aziendale per sanare le criticità emerse. La misura rientra nell’ambito dell’articolo 34 del D.Lgs. 231/2001, che consente l’intervento giudiziario in presenza di gravi indizi che l’azienda abbia tratto vantaggio da attività illecite, anche se realizzate da soggetti terzi, come appaltatori o subfornitori. L’accusa principale nei confronti di Loro Piana è quella di “agevolazione colposa” del reato di sfruttamento del lavoro, poiché non avrebbe adottato controlli efficaci per prevenire comportamenti contrari alla normativa in materia di lavoro e sicurezza.


Il collegio giudicante ha sottolineato che non vi sono prove di un coinvolgimento diretto dei vertici aziendali nella gestione dei laboratori oggetto dell’indagine, ma che l’azienda non avrebbe implementato meccanismi adeguati per monitorare e intervenire in caso di violazioni lungo la filiera produttiva. Secondo la Procura, questo atteggiamento avrebbe contribuito, seppur in modo colposo, alla diffusione di un sistema opaco, basato su costi bassissimi, manodopera sottopagata e compressione dei diritti dei lavoratori.


La filiera sommersa e i laboratori “fantasma” del tessile piemontese

L’inchiesta ha portato alla luce un sistema articolato di subappalti in cui il committente principale affidava la lavorazione a laboratori formalmente regolari, che a loro volta appaltavano il lavoro a imprese di fatto inesistenti o intestate a prestanome, spesso cittadini cinesi con funzioni meramente formali. In questi opifici clandestini, operativi anche di notte, lavoravano decine di operai privi di contratto, spesso in condizioni igienico-sanitarie precarie e con ritmi incompatibili con la normativa sul lavoro.


Le forze dell’ordine hanno documentato turni di oltre 12 ore al giorno, assenza di dispositivi di sicurezza, salari inferiori ai minimi contrattuali e pagamento in contanti senza tracciabilità. In molti casi, i lavoratori vivevano negli stessi locali adibiti a laboratorio, in condizioni che i magistrati hanno definito “lesive della dignità umana”. Gli imprenditori coinvolti, spesso nullatenenti e difficili da rintracciare, operavano senza registrazioni INAIL e INPS, eludendo completamente i controlli fiscali e previdenziali.


Le indagini, ancora in corso, si sono concentrate su circa una ventina di imprese coinvolte nella filiera produttiva del gruppo. I magistrati stanno valutando anche eventuali responsabilità penali a carico di alcuni manager intermedi, accusati di aver omesso controlli o di aver mantenuto rapporti commerciali con aziende sospettate, pur in presenza di segnalazioni.


La reazione dell’azienda e l’intervento del gruppo LVMH

Loro Piana, che dal 2013 è parte del colosso del lusso francese LVMH, ha comunicato di voler collaborare con la magistratura per chiarire ogni aspetto della vicenda. In una nota ufficiale, l’azienda ha dichiarato di “non tollerare alcuna forma di sfruttamento del lavoro lungo la propria filiera” e di essere pronta a rafforzare i controlli interni e le verifiche sui fornitori. Il gruppo ha ribadito il proprio impegno per la sostenibilità e la responsabilità sociale, elementi centrali nella strategia aziendale dichiarata.


Secondo quanto riferito da fonti vicine all’azienda, è già in corso una revisione del sistema di due diligence applicato alla selezione dei fornitori, con l’introduzione di nuovi criteri di trasparenza e controlli a sorpresa. Sarà rafforzata anche la divisione interna di audit e compliance, con personale dedicato al monitoraggio dei laboratori esterni. Inoltre, si prevede l’adozione di un nuovo codice etico che dovrà essere sottoscritto da tutti i partner commerciali, pena l’esclusione dalla catena di fornitura.


LVMH ha espresso piena fiducia nella capacità del management di Loro Piana di gestire la situazione e di correggere eventuali carenze. Il gruppo, che ha già affrontato in passato casi analoghi in altri marchi del portafoglio, ha dichiarato di essere disposto a sostenere l’azienda nel processo di adeguamento richiesto dall’autorità giudiziaria, anche tramite l’impiego di esperti internazionali di compliance e sostenibilità.


Riflessi sul settore moda e sulla normativa in materia di subappalti

Il caso Loro Piana riapre un dibattito più ampio sulle criticità del settore moda italiano, dove la pressione sulla competitività di prezzo spinge molte aziende ad affidarsi a catene di subappalto che sfuggono al controllo diretto, con conseguente rischio di sfruttamento e illegalità. Secondo recenti studi, una percentuale significativa delle lavorazioni conto terzi, anche per marchi di alta gamma, viene svolta in laboratori che non rispettano le normative in materia di lavoro e sicurezza.


Le associazioni di categoria chiedono da tempo un rafforzamento della normativa sul subappalto, con l’introduzione di responsabilità solidale in capo al committente anche nei confronti dei subfornitori indiretti. Il settore tessile è particolarmente esposto a questo fenomeno, data la frammentazione produttiva e la tradizionale concentrazione in distretti manifatturieri dove la competizione sul prezzo è ancora dominante.


Il provvedimento adottato dal Tribunale di Milano rappresenta un precedente importante per l’applicazione del D.Lgs. 231/2001 in ambito produttivo e può segnare un cambio di passo nell’approccio della magistratura alle responsabilità d’impresa. In questo contesto, le aziende sono chiamate a rafforzare i propri modelli organizzativi e a dotarsi di sistemi di controllo realmente efficaci, capaci di intercettare le zone grigie della produzione e di intervenire tempestivamente per evitarne le conseguenze legali, reputazionali e sociali.

Post correlati

Mostra tutti

Commenti


Le ultime notizie

bottom of page