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La televisione rallenta sotto l’assalto dei social, ma tengono informazione e on demand

Il 2024 conferma una tendenza ormai consolidata: la televisione tradizionale continua a perdere terreno, messa sotto pressione dall’avanzata inarrestabile dei social media e dalle abitudini di fruizione sempre più orientate verso l’on demand. I dati aggiornati sull’audience e sui consumi multimediali restituiscono un quadro di cambiamento profondo nelle modalità con cui gli italiani si informano, si intrattengono e costruiscono le proprie routine quotidiane davanti agli schermi.


La platea televisiva lineare, composta in gran parte da persone over 55, mostra segni di erosione soprattutto nelle fasce più giovani, che dedicano sempre meno tempo alla programmazione trasmessa in diretta. L’accesso ai contenuti avviene ormai quasi esclusivamente tramite smartphone e piattaforme digitali, dove dominano formati brevi, personalizzati e fruibili in qualsiasi momento. L’algoritmo ha preso il posto del palinsesto.


Il calo degli ascolti generalisti è una realtà che colpisce trasversalmente tutti i principali gruppi televisivi, dalla Rai a Mediaset, da La7 a Discovery. Le prime serate che un tempo registravano punte di share superiori al 25% oggi faticano a raggiungere la metà di quel risultato. Le reti tematiche, nate per segmentare l’offerta e catturare pubblici specifici, non riescono più a competere con la flessibilità delle piattaforme streaming o la viralità dei contenuti social.


Instagram, TikTok, YouTube e sempre più anche Telegram e Twitch si sono trasformati nei nuovi canali di riferimento per una fascia crescente della popolazione. Questi ambienti digitali non solo attraggono i giovani, ma conquistano progressivamente anche il pubblico adulto, che apprezza la possibilità di accedere a contenuti veloci, commentabili e condivisibili in tempo reale. Il meccanismo della gratificazione istantanea, unito all’ampiezza dell’offerta, spinge molti utenti a disinteressarsi completamente della programmazione tradizionale.


Eppure, non tutto il comparto televisivo è in crisi. Due segmenti in particolare resistono e in alcuni casi crescono: l’informazione e i contenuti on demand. I telegiornali, soprattutto nelle edizioni principali, mantengono un pubblico fedele e rappresentano ancora per milioni di persone il punto di riferimento quotidiano per comprendere l’attualità. La loro funzione si è evoluta: accanto alla cronaca, sempre più spazio viene dedicato all’approfondimento, alla spiegazione dei fenomeni economici e politici e alla verifica delle notizie in un contesto affollato di fake news.


In parallelo, le piattaforme di streaming on demand continuano a guadagnare terreno. Netflix, Prime Video, Disney+, Now, Paramount+, ma anche le piattaforme italiane come RaiPlay e Mediaset Infinity offrono cataloghi vastissimi e personalizzati. Gli utenti scelgono cosa guardare, quando e su quale dispositivo. La possibilità di interrompere, riprendere, saltare l’intro o passare direttamente alla puntata successiva ha ridefinito il concetto stesso di visione.


Questa rivoluzione dell’offerta ha però anche un impatto profondo sul modello economico della televisione. La pubblicità, storicamente basata sull’audience lineare, si sta spostando sempre più verso il digitale, con investimenti crescenti nelle inserzioni online, nel branded content e nei progetti crossmediali. Il valore degli spot in TV si riduce e i centri media chiedono dati sempre più granulari sull’effettivo impatto dei contenuti sui comportamenti degli utenti.


Le emittenti stanno rispondendo con strategie ibride. La Rai ha potenziato la sua offerta su RaiPlay, rendendo disponibili in anteprima numerosi programmi, creando contenuti esclusivi per il web e investendo in nuovi format pensati per la fruizione mobile. Mediaset ha rilanciato Infinity e stretto accordi con produzioni internazionali per arricchire il proprio catalogo. La7, pur mantenendo un profilo più lineare, punta sulla forza dell’informazione e dei talk show di approfondimento politico.


Al tempo stesso, cresce il ruolo delle produzioni originali. Serie italiane, docufilm, inchieste e documentari hanno conquistato spazio grazie alla domanda di contenuti di qualità che riflettano la realtà sociale e culturale del Paese. Le storie radicate nei territori, le narrazioni ispirate a fatti veri e i prodotti con un forte impatto visivo hanno un valore crescente in un panorama mediale dominato dalla sovrabbondanza.


Un altro aspetto significativo è l’aumento del tempo trascorso sui social media, che ha effetti diretti sul consumo televisivo. Molti utenti preferiscono trascorrere il tempo libero su TikTok o Instagram piuttosto che davanti a uno schermo televisivo. I contenuti brevi, spesso creati dagli stessi utenti, vengono percepiti come più autentici e coinvolgenti rispetto ai programmi standardizzati delle reti tradizionali. Questo ha cambiato anche il linguaggio visivo e narrativo: la TV, per restare al passo, deve adattarsi a una grammatica fatta di velocità, interazione, emotività e spontaneità.


Anche il ruolo dell’audience è cambiato. Gli spettatori non sono più passivi destinatari, ma attori attivi del sistema mediatico. Commentano, recensiscono, remixano e diffondono contenuti in tempo reale. La reputazione di un programma non si costruisce più solo sulla base dello share, ma anche sulla sua capacità di generare conversazione online, meme, trend e viralità. Un programma che non “buca” sui social rischia di sparire dal radar del pubblico giovane.


In questo scenario in costante evoluzione, l’interconnessione tra TV, social media e contenuti digitali rappresenta la nuova frontiera. La sfida per le emittenti tradizionali non è solo tecnica, ma anche culturale: ridefinire la propria identità in un mondo dove l’informazione e l’intrattenimento sono liquidi, accessibili ovunque e costruiti attorno alle esigenze individuali. La televisione, per restare centrale, deve smettere di essere solo un mezzo e diventare un ambiente, una piattaforma esperienziale che coniuga racconto, innovazione e partecipazione.

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