L’intelligenza artificiale e la generazione Z: un impatto già in atto sul lavoro giovanile
- piscitellidaniel
- 29 mag
- Tempo di lettura: 3 min
L’intelligenza artificiale non è più una tecnologia del futuro. È una realtà attuale che sta modificando rapidamente il modo in cui le aziende operano, assumono e organizzano i propri processi. Tra i più colpiti da questo cambiamento emergente ci sono i giovani della generazione Z, la prima generazione nata e cresciuta in un mondo completamente digitalizzato. Secondo quanto riportato dal Sole 24 Ore, i dati più recenti e le testimonianze dirette rivelano un crescente timore tra i giovani professionisti rispetto alla perdita di lavoro causata dall’automazione delle mansioni tramite sistemi di IA generativa.
Una delle evidenze principali emerse è che le tecnologie di intelligenza artificiale stanno iniziando a colpire direttamente le fasce occupazionali meno esperte. Gli algoritmi e i software intelligenti vengono ormai impiegati per svolgere compiti base legati all’assistenza clienti, alla scrittura di testi, all’elaborazione dati, alla traduzione automatica e persino alla produzione creativa. In altri tempi, questi lavori sarebbero stati affidati a giovani laureati o neodiplomati in cerca della prima occupazione. Oggi, molte aziende preferiscono impiegare strumenti di IA per ragioni di efficienza, rapidità e riduzione dei costi.
Secondo un’indagine condotta dalla multinazionale Adecco, circa il 47% dei giovani tra i 18 e i 24 anni teme che l’intelligenza artificiale possa rendere irrilevanti le competenze che stanno acquisendo oggi. Questa incertezza si accompagna a un paradosso interessante: pur temendo di essere sostituiti, i giovani sono anche i più propensi a usare l’IA nel proprio lavoro quotidiano. Il 62% degli appartenenti alla generazione Z intervistati da Deloitte afferma di aver già utilizzato strumenti di intelligenza artificiale generativa come ChatGPT, Copilot o Midjourney per semplificare le proprie attività o migliorare la produttività.
La convivenza tra opportunità e minacce è dunque una costante. Se da un lato l’IA può togliere spazio ai giovani in ingresso nel mondo del lavoro, dall’altro apre a nuovi orizzonti professionali ancora inesplorati. Ad esempio, le competenze digitali avanzate, la capacità di integrare creatività e tecnologia, la conoscenza delle dinamiche algoritmiche e l’adattabilità alle innovazioni diventano sempre più centrali nei profili ricercati dalle aziende. In questo contesto, il problema non è solo legato alla sostituzione delle persone con le macchine, ma anche alla rapidità con cui cambiano le richieste del mercato e alla difficoltà, per le istituzioni formative, di adeguare i propri percorsi alle trasformazioni in atto.
La preoccupazione più diffusa, però, riguarda il lavoro entry-level: mansioni come assistente amministrativo, addetto al data entry, correttore di bozze, operatori di customer service e tecnici informatici junior sono già in parte automatizzate o in via di esserlo. Ciò priva molti giovani di quell’esperienza pratica che costituiva il primo gradino verso una carriera consolidata. La conseguenza è un rallentamento nell’inserimento lavorativo e un aumento del senso di precarietà. Allo stesso tempo, la pressione a “reinventarsi” e aggiornarsi costantemente genera stress, ansia e insicurezza identitaria, soprattutto nei primi anni post-studio.
Cresce anche il divario tra chi ha accesso agli strumenti per comprendere e utilizzare l’IA e chi invece rimane escluso per motivi economici o culturali. Questo rischia di accentuare le disuguaglianze sociali già presenti, creando una frattura tra giovani “alfabetizzati” digitalmente e giovani che si sentono superati già prima di iniziare. Secondo il report Future of Jobs del World Economic Forum, il 44% delle competenze richieste oggi nei ruoli più innovativi non era considerato rilevante appena cinque anni fa.
La generazione Z si trova quindi a vivere una contraddizione epocale: essere al centro del cambiamento tecnologico senza avere ancora una posizione solida per orientarlo. Se la scuola, l’università e le politiche pubbliche non sapranno costruire ponti formativi concreti tra giovani e mondo del lavoro digitale, il rischio è che un’intera generazione venga emarginata non per mancanza di capacità, ma per la velocità incontrollata con cui l’intelligenza artificiale sta riplasmando ogni settore.

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