L’Antitrust sanziona Eni con una multa da 32 milioni per abuso di posizione dominante su Novamont
- piscitellidaniel
- 24 giu
- Tempo di lettura: 3 min
L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha inflitto a Eni una sanzione amministrativa da 32 milioni di euro per abuso di posizione dominante nel mercato della fornitura dell’intermedio chimico bio-based 1,4 butandiolo (BDO), fondamentale per la produzione di bioplastiche. La decisione arriva al termine di un’istruttoria avviata in seguito a una segnalazione da parte di Novamont, società leader nella produzione di materiali biodegradabili e da tempo partner commerciale del colosso energetico italiano.
Secondo quanto stabilito dall’Antitrust, Eni avrebbe approfittato della propria posizione dominante nel mercato italiano ed europeo per ostacolare le attività di Novamont, modificando unilateralmente e in modo discriminatorio le condizioni economiche e contrattuali relative alla fornitura del BDO bio-based. La materia prima, prodotta da Versalis — controllata al 100% da Eni — è essenziale per i processi industriali di Novamont, che l’ha utilizzata per sviluppare soluzioni compostabili e sostenibili impiegate in numerosi settori, dall’agricoltura al packaging alimentare.
Il procedimento avviato dall’AGCM ha rilevato che Eni, a partire dal 2020, avrebbe progressivamente modificato i termini di fornitura del BDO rendendoli economicamente insostenibili per Novamont, che si è vista costretta a ridurre la propria produzione in modo significativo. L'istruttoria ha inoltre evidenziato come Eni abbia ostacolato le trattative per il rinnovo dei contratti, imponendo condizioni peggiorative in modo ingiustificato, pur mantenendo relazioni commerciali più vantaggiose con altri operatori di minori dimensioni.
Il comportamento di Eni è stato qualificato come un classico caso di squeeze, ovvero di compressione degli spazi competitivi di un cliente-competitore, che si trova a dover acquistare da un soggetto dominante una materia prima essenziale a condizioni penalizzanti. In particolare, Versalis avrebbe proposto condizioni tariffarie eclatantemente sfavorevoli, compromettendo la redditività di Novamont e la sua capacità di operare sul mercato. Il tutto, secondo l’Antitrust, in un contesto in cui non esistono alternative valide per l’approvvigionamento del BDO bio-based, considerato che l’impianto produttivo principale è unico in Europa e sotto il controllo diretto di Eni.
La sanzione di 32 milioni, seppur significativa, rappresenta solo una parte della questione. L’AGCM ha ordinato a Eni di cessare immediatamente la condotta anticoncorrenziale e di ripristinare condizioni contrattuali eque nei confronti di Novamont e di ogni altro potenziale acquirente del prodotto. Inoltre, Eni dovrà fornire entro 60 giorni un piano dettagliato per adeguare i propri comportamenti alle prescrizioni dell’Autorità, accompagnato da relazioni periodiche che dimostrino l’effettiva modifica delle prassi commerciali.
La vicenda ha assunto particolare rilevanza anche per le sue implicazioni strategiche. Novamont è infatti uno dei principali attori della transizione ecologica italiana, con una filiera integrata basata su materie prime rinnovabili e con importanti progetti in corso per la realizzazione di nuovi poli biochimici nel Mezzogiorno. La stretta imposta da Eni, oltre a danneggiare la società sul piano economico, ha rallentato la diffusione di soluzioni sostenibili nel settore delle plastiche, frenando un’area di sviluppo industriale coerente con gli obiettivi ambientali dell’Unione Europea.
L’intervento dell’Antitrust è stato accolto con favore da Novamont, che ha espresso soddisfazione per il riconoscimento delle proprie ragioni e per la tutela garantita alla concorrenza leale nel comparto delle bioplastiche. Al contrario, Eni ha dichiarato di ritenere infondate le accuse e ha annunciato di voler impugnare la decisione dinanzi al TAR del Lazio, sostenendo che le trattative con Novamont si siano sempre svolte in un quadro commerciale normale e in linea con le dinamiche di mercato.
Il caso si inserisce in un contesto più ampio di attenzione istituzionale sul comportamento delle grandi imprese nei confronti delle realtà medio-piccole, specie in settori ad alta innovazione e a forte impatto ambientale. L’azione dell’AGCM viene letta come un segnale di maggiore vigilanza sui fenomeni di integrazione verticale che, in presenza di concentrazioni eccessive di potere, possono alterare la concorrenza e limitare lo sviluppo di alternative sostenibili. Il comparto chimico, in particolare, è stato recentemente oggetto di analisi anche da parte della Commissione europea, preoccupata per il rischio che le filiere bio-based possano essere ostacolate da comportamenti escludenti delle grandi compagnie energetiche.
Il provvedimento contro Eni potrebbe costituire un precedente rilevante per altre indagini in corso o future, specie in quei mercati dove la transizione energetica comporta la coesistenza tra tecnologie consolidate e innovazioni ancora in fase di diffusione. Il caso Eni-Novamont mostra chiaramente come la posizione dominante in un segmento essenziale della filiera possa essere utilizzata per condizionare le prospettive di crescita di operatori emergenti, anche quando questi perseguono obiettivi compatibili con le politiche industriali ed ambientali promosse dalle istituzioni.
L’intervento dell’Autorità italiana potrebbe inoltre alimentare un dibattito politico sulla governance delle grandi partecipazioni pubbliche e sul ruolo dello Stato nel promuovere una concorrenza sana tra i diversi attori del sistema produttivo. Anche alla luce della partecipazione statale in Eni, si aprono interrogativi sul bilanciamento tra interesse economico e tutela dell’innovazione, soprattutto in settori chiave per la sostenibilità ambientale e per il posizionamento tecnologico dell’Italia a livello internazionale.

Commenti