Israele-Iran, la guerra spinge la benzina sopra 1,7 euro al litro: tensioni internazionali e instabilità energetica rilanciano lo spettro dell’inflazione
- piscitellidaniel
- 16 giu
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Il conflitto crescente tra Israele e Iran ha iniziato a produrre effetti concreti anche sulle economie occidentali. Uno dei segnali più evidenti arriva dai distributori di carburante: nelle ultime ore, il prezzo della benzina ha superato nuovamente quota 1,70 euro al litro in molte regioni italiane, tornando a livelli che non si registravano da mesi. Secondo i dati del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, il prezzo medio nazionale in modalità self service si è attestato a 1,716 euro al litro per la benzina e a 1,639 euro per il gasolio, con punte più alte in alcune aree del Centro e del Sud. Un incremento che, seppur ancora contenuto, preoccupa famiglie, imprese e analisti, soprattutto per il contesto internazionale in cui si inserisce.
La causa principale di questa impennata è da ricercarsi nelle ripercussioni geopolitiche che lo scontro tra Teheran e Gerusalemme sta generando sul mercato petrolifero globale. Il timore di un conflitto aperto tra i due Paesi ha determinato un rialzo repentino delle quotazioni del greggio, con il Brent tornato sopra gli 87 dollari al barile e il WTI stabile oltre gli 83. I mercati, tradizionalmente sensibili alle tensioni in Medio Oriente, stanno scontando la possibilità che la crisi coinvolga direttamente le rotte energetiche più importanti del pianeta, a cominciare dallo Stretto di Hormuz, da cui transita circa un quinto del petrolio mondiale.
Il rischio che l’Iran possa ostacolare o bloccare il traffico marittimo in quello snodo cruciale ha riacceso lo spettro di interruzioni nell’approvvigionamento globale. Le grandi compagnie petrolifere stanno già rivedendo i propri percorsi logistici, scegliendo rotte alternative più lunghe e costose o accumulando scorte per prevenire shock futuri. Il rincaro dei costi si riflette inevitabilmente sui mercati nazionali, in particolare su quelli europei, che dipendono ancora in larga misura da importazioni energetiche extra-UE.
In Italia, il prezzo dei carburanti è influenzato sia dal valore della materia prima sia dal peso della fiscalità, con accise e IVA che rappresentano oltre il 50% del prezzo finale alla pompa. Tuttavia, anche lievi aumenti nella quotazione internazionale del petrolio generano effetti a catena lungo tutta la filiera distributiva. Le associazioni dei consumatori, tra cui Assoutenti e Codacons, hanno denunciato l’assenza di misure di contenimento da parte del governo e chiesto il ripristino del taglio delle accise che era stato introdotto durante i picchi inflattivi del 2022-2023. Secondo le stime, il pieno di benzina per un’auto media costa oggi circa 4,5 euro in più rispetto a un mese fa.
Oltre ai carburanti, la crisi mediorientale rischia di alimentare nuove spinte inflazionistiche. I costi più alti per trasporti, logistica e materie prime si riflettono su tutta la catena produttiva, dai beni di largo consumo all’agroalimentare. La Banca d’Italia, nel suo ultimo bollettino economico, ha già segnalato come un incremento prolungato dei prezzi energetici possa determinare una revisione al rialzo delle stime sull’inflazione nel secondo semestre dell’anno. Il dato sull’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA) potrebbe risalire sopra il 2,5%, vanificando gli sforzi della BCE per un graduale rientro nei parametri di stabilità.
Sul piano politico, il governo italiano segue con attenzione l’evolversi della situazione. Il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha dichiarato che “l’instabilità in Medio Oriente impone una riflessione urgente sull’autonomia energetica dell’Europa e sul rilancio delle politiche di sicurezza degli approvvigionamenti”. Il piano per nuovi rigassificatori, il rafforzamento dei contratti a lungo termine con Algeria, Azerbaijan e Mozambico, nonché lo sviluppo delle fonti rinnovabili diventano elementi centrali in una strategia di medio-lungo periodo per ridurre la dipendenza da scenari geopolitici sempre più volatili.
Nel frattempo, il settore dei trasporti su gomma e delle imprese logistiche lancia l’allarme. Confartigianato Trasporti e FAI Conftrasporto avvertono che con il gasolio sopra quota 1,60 euro al litro, molte aziende del trasporto merci vedono ridursi i margini operativi al limite della sostenibilità. L’aumento dei costi si sta già traducendo in richieste di revisione delle tariffe, in particolare nel settore alimentare e in quello dei materiali da costruzione, con possibili ripercussioni sui prezzi finali a carico dei consumatori.
I sindacati chiedono interventi immediati, sia per calmierare i prezzi dei carburanti sia per sostenere i lavoratori che usano l’auto per spostarsi. La Cgil propone un bonus carburante differenziato in base al reddito, la Cisl suggerisce il rafforzamento del trasporto pubblico locale con fondi straordinari, mentre la Uil chiede di destinare parte del gettito extra-accise alla riduzione delle tariffe. Sul tavolo del governo c’è anche l’ipotesi di una nuova social card temporanea per i carburanti, da finanziare con la fiscalità generale.
Il contesto internazionale rimane però il principale fattore di instabilità. Le cancellerie europee cercano di promuovere iniziative diplomatiche per la de-escalation, ma finora con risultati limitati. L’Iran ha avvertito che risponderà con forza a ogni nuova incursione sul proprio territorio, mentre Israele prosegue la propria strategia militare preventiva. Le potenze occidentali, inclusi Stati Uniti e Unione Europea, oscillano tra il sostegno a Tel Aviv e la necessità di evitare un conflitto regionale aperto che metterebbe a rischio le forniture energetiche e la sicurezza del commercio globale.
In questo clima, i mercati rimangono estremamente sensibili a ogni segnale di tensione. Gli operatori finanziari puntano su asset considerati sicuri – come oro e franco svizzero – mentre il settore energetico vive un’alta volatilità, alimentata da speculazioni, previsioni incerte e analisi contrastanti. L’eventuale blocco anche parziale dello Stretto di Hormuz avrebbe effetti immediati, sia sulle quotazioni petrolifere sia sulle aspettative economiche per la seconda metà dell’anno, con ripercussioni potenzialmente molto gravi anche per l’equilibrio sociale nei Paesi più vulnerabili.
Nel frattempo, per milioni di cittadini italiani, il conflitto tra due Stati lontani assume un impatto immediato e tangibile nel momento in cui si fa il pieno di carburante o si ricevono le prossime bollette. E il ritorno della benzina sopra 1,70 euro al litro è solo il primo segnale di un nuovo ciclo di incertezza economica, che rischia di ripercuotersi profondamente sulla quotidianità e sulla percezione della stabilità futura.

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