Innovazione come leva per rilanciare produttività e salari: l’Italia tra ritardi storici e nuove opportunità sistemiche
- piscitellidaniel
- 20 giu
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La produttività del lavoro in Italia è ferma da oltre due decenni. L’aumento dei salari reali è rimasto pressoché bloccato, mentre il divario con le economie più dinamiche dell’area OCSE si è progressivamente ampliato. A fronte di questo scenario stagnante, il tema dell’innovazione torna centrale come strumento strategico non solo per la crescita economica, ma anche per la redistribuzione della ricchezza e la competitività delle imprese. L’innovazione, però, non può più essere considerata un accessorio o una voce di bilancio da comprimere nei momenti di crisi. È l’unica via per invertire la rotta.
Il sistema produttivo italiano soffre storicamente di una sotto-capacità strutturale a investire in ricerca e sviluppo. Secondo gli ultimi dati Eurostat, l’Italia investe in R&S meno dell’1,5% del PIL, a fronte del 2,3% della media UE e del 3% della Germania. Questo gap incide direttamente sulla capacità del sistema economico di generare nuovi prodotti, nuovi processi, nuove soluzioni. Un’innovazione che non nasce nei laboratori, ma che si integra nei processi industriali, commerciali, organizzativi. In molti casi, ciò che manca non è tanto la tecnologia in sé, quanto la visione manageriale per utilizzarla su larga scala, trasformandola in leva di efficienza e valore.
Un esempio evidente è il settore dell’intelligenza artificiale. In Italia molte imprese, soprattutto medio-piccole, hanno sperimentato prototipi o casi d’uso limitati, spesso affidati a consulenze esterne. Ma pochi hanno integrato l’AI nei processi core, rendendola una componente stabile della catena del valore. Le tecnologie esistono, ma non sempre si traducono in produttività. L’approccio frammentato, episodico, e spesso legato a logiche di breve termine impedisce all’innovazione di generare impatti duraturi e misurabili.
Uno degli snodi critici è rappresentato dalla formazione del capitale umano. Il mismatch tra competenze disponibili e richieste dalle imprese tecnologicamente avanzate è ancora troppo ampio. Il sistema scolastico e universitario italiano fatica ad aggiornarsi in tempo utile, e le politiche attive del lavoro non sempre accompagnano i lavoratori in percorsi reali di riqualificazione. Senza tecnici, analisti, sviluppatori, project manager formati sulle tecnologie emergenti, l’innovazione rimane sulla carta.
L’altra dimensione fondamentale è quella organizzativa. L’innovazione che funziona è quella che coinvolge tutta la struttura aziendale. Serve una governance che definisca priorità, un controllo di gestione capace di misurare l’efficienza dei processi digitalizzati, una cultura interna orientata al cambiamento. Senza un assetto interno coerente, ogni investimento tecnologico rischia di essere sterile o, peggio, controproducente.
Il collegamento diretto tra innovazione e produttività si manifesta chiaramente nei settori dove l’Italia compete meglio a livello internazionale: meccanica di precisione, automazione, biomedicale, agroalimentare evoluto. In questi ambiti, le imprese che hanno investito in R&S, digitalizzazione e internazionalizzazione sono anche quelle che hanno mantenuto margini, occupazione qualificata e salari sopra la media. Il legame tra tecnologia e valore aggiunto non è astratto, ma si traduce in numeri concreti: fatturato per addetto, export per impresa, quota di mercato.
Un ulteriore nodo da sciogliere riguarda le dimensioni aziendali. L’Italia è caratterizzata da un tessuto produttivo composto in larga parte da micro e piccole imprese. Questo rappresenta una ricchezza culturale, ma anche un limite operativo. L’adozione di tecnologie complesse, la partecipazione a filiere globali, la capacità di attrarre capitali richiedono massa critica. Per questo motivo diventa fondamentale incentivare i processi di aggregazione, reti d’impresa, consorzi digitali. L’innovazione collaborativa, mediata da enti di ricerca, università e centri di trasferimento tecnologico, può superare il limite della frammentazione e generare ecosistemi territoriali dinamici.
In parallelo, l’innovazione deve diventare anche sostenibile. La transizione verde impone alle imprese non solo di innovare per essere più efficienti, ma anche per essere compatibili con gli obiettivi ambientali. L’introduzione di tecnologie per l’efficienza energetica, il monitoraggio ambientale, l’analisi predittiva dei consumi è una componente fondamentale per qualificarsi nei mercati evoluti e accedere a strumenti di finanza agevolata.
La sfida è dunque duplice: da un lato dotarsi di strumenti tecnologici, dall’altro rafforzare la capacità gestionale e culturale di utilizzarli. L’impresa che innova efficacemente è quella che sa misurare i risultati, che valorizza i propri dipendenti, che investe in formazione, che dialoga con l’università, che partecipa a filiere intelligenti. In questo quadro, anche le politiche pubbliche devono uscire da una logica di incentivi a pioggia per concentrarsi su obiettivi di sistema: cluster territoriali, progetti integrati, fiscalità di scopo, accompagnamento all’export.
L’innovazione non è un fine, ma un mezzo per rendere l’economia più produttiva, il lavoro più qualificato, il reddito più equamente distribuito. È una leva concreta per ricostruire un percorso di crescita stabile e inclusiva in un paese che, troppo spesso, ha affidato la competitività a logiche difensive o a compressione dei costi. Solo un’innovazione diffusa, coerente, integrata potrà trasformare le premesse tecnologiche in risultati economici tangibili.

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