Informazione, la TV batte i social: influencer in calo e nodo credibilità al centro della sfida mediatica
- piscitellidaniel
- 17 giu
- Tempo di lettura: 3 min
Nonostante l’inarrestabile avanzata dei social network e la crescente centralità delle piattaforme digitali nella vita quotidiana, la televisione si conferma ancora oggi come il mezzo d’informazione più credibile e utilizzato dagli italiani. È quanto emerge dall’ultimo rapporto pubblicato da Il Sole 24 Ore, che analizza l’evoluzione delle abitudini informative della popolazione e mette in luce una realtà più articolata di quanto possa apparire osservando la sola diffusione dei contenuti online.
Secondo i dati, quasi il 70% degli italiani continua a rivolgersi alla TV per informarsi quotidianamente su notizie nazionali e internazionali, superando di gran lunga i social media e i motori di ricerca. La televisione resta lo strumento privilegiato soprattutto per le fasce d’età più mature, ma mantiene un ruolo rilevante anche tra i giovani adulti, in particolare nelle situazioni di emergenza o quando è necessario approfondire notizie di particolare rilievo. A rafforzare questa tendenza contribuisce anche l’affidabilità percepita: le fonti televisive, soprattutto quelle generaliste e i telegiornali delle principali emittenti pubbliche e private, sono considerate più attendibili rispetto ai contenuti veicolati dai social.
Il nodo della credibilità dell’informazione, infatti, è diventato uno dei temi centrali nel dibattito pubblico, in un’epoca segnata da fenomeni di disinformazione virale, fake news e polarizzazione algoritmica. Secondo il rapporto, gli italiani mostrano un atteggiamento sempre più critico verso i contenuti trovati su piattaforme come Facebook, Instagram e TikTok, specialmente quando si tratta di informazione di attualità o temi complessi come politica, economia, scienza e sanità. Solo il 24% degli utenti ritiene affidabili le notizie lette sui social, mentre la fiducia sale al 51% per i siti web delle testate giornalistiche e raggiunge il 63% per i notiziari televisivi.
Il calo di fiducia coinvolge in modo particolare la figura degli influencer, un tempo percepiti come voci “autentiche” e vicine alla sensibilità degli utenti, oggi sempre più associati a contenuti sponsorizzati, auto-promozione e opinioni non sempre competenti. L’effetto combinato dell’esplosione dell’“influencer economy” e della crescente professionalizzazione di questi soggetti ha comportato una sorta di mutazione del loro ruolo: da “portavoce” della quotidianità a micro-media personali, spesso però privi di un vero filtro editoriale o di una verifica rigorosa delle fonti.
Questo mutamento sta avendo effetti diretti anche sul modo in cui le aziende e le istituzioni scelgono di comunicare. Se fino a pochi anni fa il ricorso agli influencer sembrava la chiave vincente per raggiungere il pubblico giovane, oggi si assiste a una maggiore cautela. Le campagne pubblicitarie e di sensibilizzazione, anche quelle promosse da soggetti pubblici, tendono sempre più a preferire partnership con testate giornalistiche riconosciute o con content creator esperti in nicchie specifiche, piuttosto che con personalità dalla grande visibilità ma dalla dubbia autorevolezza.
Un ulteriore dato rilevante riguarda la diffusione dell’abitudine al fact-checking tra i cittadini. Il 46% degli utenti italiani dichiara di verificare le notizie prima di condividerle, consultando almeno una seconda fonte. Si tratta di una percentuale in aumento rispetto agli anni precedenti, indice di una maggiore consapevolezza nei confronti del rischio di diffusione inconsapevole di notizie false. Tuttavia, restano forti differenze generazionali: se tra i 18-34enni la propensione al controllo è alta, tra gli over 65 è ancora diffusa la tendenza a condividere contenuti ricevuti tramite chat o social senza effettuare verifiche.
Il ruolo delle piattaforme digitali è al centro di una crescente pressione normativa. A livello europeo, il Digital Services Act e il Digital Markets Act stanno introducendo nuovi obblighi per i grandi operatori digitali, imponendo trasparenza nella moderazione dei contenuti, accesso ai dati da parte delle autorità e responsabilità più chiare nella gestione delle fake news. In Italia, l’Agcom ha intensificato la propria attività di vigilanza e di promozione dell’alfabetizzazione mediatica, lanciando campagne dedicate all’educazione all’informazione per studenti e adulti.
Accanto al ruolo tradizionale della TV, cresce anche l’interesse per le newsletter e i podcast, strumenti considerati più “intimi” e selettivi nel rapporto con il pubblico. Molti cittadini, stanchi del rumore e della frammentazione dei social, preferiscono ricevere ogni giorno aggiornamenti sintetici e verificati tramite canali diretti, magari da giornalisti o analisti che seguono un approccio meno urlato. Anche questo trend segnala una ricerca di qualità e affidabilità, in contrasto con la bulimia informativa tipica delle piattaforme social.
La trasformazione dell’ecosistema informativo impone una riflessione strutturale non solo sui mezzi, ma anche sul modo in cui si produce e si consuma informazione. La televisione, pur con le sue rigidità, continua a garantire un presidio editoriale, un codice deontologico e un’organizzazione redazionale. I social, pur avendo moltiplicato l’accesso alla parola pubblica, restano ancora spesso terreno fertile per la disinformazione e la manipolazione emotiva. Il futuro dell’informazione si giocherà sulla capacità di integrare questi due mondi, ricostruendo un patto di fiducia tra chi produce contenuti e chi li riceve.

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