Industria dei macchinari: nel secondo trimestre 2025 gli ordini crescono del 22%, ma la ripresa resta fragile
- piscitellidaniel
- 15 lug
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Nel secondo trimestre del 2025, l’industria italiana dei macchinari segna un netto rimbalzo degli ordini, facendo registrare un incremento del 22% rispetto allo stesso periodo del 2024. Questo risultato interrompe una lunga fase di contrazione che aveva messo a dura prova la filiera produttiva nazionale, culminata in un primo trimestre chiuso ancora in calo del 18,9%. Il dato positivo è stato diffuso da Ucimu – Sistemi per Produrre, l’associazione dei costruttori italiani di macchine utensili, robot e automazione, che tuttavia invita alla cautela nel leggere i numeri, segnalando che il comparto opera ancora in un contesto strutturalmente debole, fortemente influenzato dalle politiche fiscali e industriali incerte e da un quadro internazionale instabile.
Nel 2024 il comparto aveva sofferto duramente, chiudendo con un calo complessivo del 16,2% degli ordini, in gran parte dovuto al crollo della domanda interna. Il 2023 aveva già mostrato segnali di affaticamento, con una flessione marcata del 21,8% tra aprile e giugno. Il dato odierno, pur essendo un rimbalzo significativo, si confronta con una base estremamente bassa, e riflette più un recupero tecnico che un’inversione strutturale del ciclo.
Il mercato interno resta ancora stagnante, penalizzato dal rallentamento degli investimenti da parte delle imprese manifatturiere, che continuano a rimandare l’acquisto di nuovi macchinari in attesa di certezze sul quadro normativo, in particolare sulla Transizione 5.0. Il meccanismo di credito d’imposta per gli investimenti in tecnologie innovative, dopo l’esaurimento delle risorse allocate nella Transizione 4.0, si è indebolito, generando attese e rinvii. Anche l’attuazione della Nuova Sabatini ha mostrato ritardi e rallentamenti, con erogazioni che non riescono a tenere il passo con le necessità delle PMI.
L’unico segmento che mostra segnali positivi costanti è quello dell’export, che nel secondo trimestre è tornato a spingere grazie alla ripresa della domanda in alcune aree chiave come gli Stati Uniti, il Medio Oriente e alcuni Paesi dell’Europa orientale. In particolare, le richieste provenienti dal Nord America risultano in forte aumento, grazie alla spinta degli incentivi federali americani per la modernizzazione del tessuto produttivo. Il reshoring e il friend-shoring stanno incentivando le aziende oltreoceano a investire in impianti produttivi più automatizzati, e l’Italia, grazie alla qualità della sua offerta meccanica e tecnologica, riesce a ritagliarsi uno spazio importante nonostante la concorrenza tedesca e asiatica.
I costruttori italiani segnalano però un crescente problema di compressione dei margini. Il costo delle materie prime, delle componenti elettroniche e dell’energia resta su livelli elevati, mentre i prezzi di vendita faticano a crescere in modo proporzionale. Questo squilibrio rischia di compromettere la sostenibilità economica di molte imprese, specialmente quelle di piccole e medie dimensioni che non riescono a trasferire sui clienti finali gli aumenti dei costi produttivi.
Barbara Colombo, presidente di Ucimu, ha sottolineato che il sistema industriale italiano è ancora in attesa di una riforma strutturale degli incentivi per l’innovazione. Secondo Colombo, il ritorno alla crescita non può basarsi unicamente su rimbalzi tecnici, ma richiede misure di sostegno concrete e continuative, in grado di accompagnare le imprese nel percorso di transizione digitale e sostenibile. La Transizione 5.0 rappresenta in questo senso un’opportunità, ma per ora rimane ancora sulla carta: le imprese segnalano di non avere ancora certezze né sull’entità delle risorse disponibili né sulle modalità operative per accedervi.
Inoltre, permane un forte squilibrio tra il numero di aziende potenzialmente beneficiarie e quelle che effettivamente riescono a sfruttare gli strumenti previsti. Le difficoltà burocratiche, i tempi lunghi per le approvazioni e la mancanza di una guida operativa chiara stanno riducendo l’efficacia del meccanismo. Serve un coordinamento più stringente tra Ministero delle imprese e del made in Italy, Agenzia delle Entrate e sistema bancario, per evitare che lo strumento si trasformi in un’occasione mancata.
Altra questione rilevante è quella della carenza di competenze tecniche. La crescente automazione dei macchinari, l’integrazione con l’intelligenza artificiale e le reti di fabbrica richiedono competenze elevate sia nella progettazione che nella gestione. Tuttavia, molte aziende denunciano difficoltà nel reperire tecnici qualificati, operatori specializzati, progettisti meccatronici. La filiera formativa non è ancora in grado di rispondere in modo adeguato alla domanda di nuove competenze: i percorsi ITS, seppur in crescita, restano marginali rispetto al fabbisogno reale.
La dinamica occupazionale ne risente. Mentre i livelli produttivi iniziano a riprendersi, le assunzioni restano al palo. Le aziende faticano a trovare personale in grado di interagire con i nuovi sistemi digitali, e questo frena anche la piena attuazione degli investimenti già programmati. Senza un intervento deciso sulle politiche attive del lavoro, il rischio è che la transizione 5.0 resti limitata a poche grandi imprese, escludendo l’ossatura del tessuto produttivo italiano composta da PMI e microimprese.
In questo scenario, le aspettative per il terzo trimestre restano prudenti. Le aziende si attendono una stabilizzazione degli ordini, ma non prevedono ancora un ritorno ai livelli pre-crisi. Solo un’accelerazione sugli incentivi e un chiarimento definitivo sulle misure fiscali potrebbe determinare un ulteriore slancio nella seconda parte dell’anno. Le scorte accumulate negli anni passati si stanno riducendo, ma il ciclo di investimento in nuovi impianti resta ancora vincolato da molte incertezze.

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