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Il nanismo imprenditoriale frena l’agrifood siciliano: poche aziende grandi, troppe imprese piccole e disorganizzate

La Sicilia è tra le regioni italiane più ricche di eccellenze agroalimentari, con un patrimonio di biodiversità, tradizione e know-how che non ha pari nel Mediterraneo. Tuttavia, questo potenziale continua a rimanere in larga parte inespresso. A pesare è soprattutto la frammentazione del tessuto imprenditoriale: il nanismo strutturale che caratterizza il comparto agrifood siciliano rappresenta un freno alla competitività sui mercati nazionali e internazionali. È quanto emerge da un’analisi de Il Sole 24 Ore basata su dati Unioncamere e Istat, che descrive un settore dalle grandi promesse ma incapace di sviluppare una massa critica adeguata per affrontare le sfide del presente.


Il settore agroalimentare rappresenta il 7,6% del valore aggiunto regionale e occupa oltre 105.000 addetti, ma è costituito per il 98% da microimprese, con meno di 10 dipendenti. Solo l’1,2% delle aziende può essere classificato come medio, mentre le grandi imprese – ovvero quelle con oltre 250 addetti – si contano sulle dita di una mano. Questo modello produttivo iper-frammentato ha conseguenze pesanti sul piano dell’innovazione, della capacità di internazionalizzazione, della digitalizzazione e della sostenibilità economica nel medio-lungo termine.


L’agricoltura siciliana si fonda ancora su una struttura parcellizzata, eredità storica di modelli familiari e di un assetto fondiario che non ha mai conosciuto un vero processo di razionalizzazione. La mancanza di aggregazione fra produttori, l’assenza di una cultura consortile diffusa e la difficoltà di accesso al credito bancario impediscono alle aziende di investire in tecnologie, ricerca, marketing e logistica. Anche nei settori più dinamici come l’ortofrutta, il vino, l’olio extravergine d’oliva o i prodotti lattiero-caseari, le dimensioni ridotte delle imprese limitano la loro presenza sui mercati internazionali, dove vincono le economie di scala e la capacità di garantire standard costanti.


A pesare ulteriormente è la carenza di una visione industriale condivisa. Nonostante la Sicilia conti 31 prodotti a indicazione geografica (tra Dop, Igp e Doc), questi restano confinati in nicchie commerciali e faticano a raggiungere volumi significativi. Il valore delle esportazioni agroalimentari siciliane si è attestato nel 2023 intorno a 1,3 miliardi di euro, in crescita rispetto agli anni precedenti ma ancora distante dalle performance di regioni come Emilia-Romagna, Veneto o Lombardia, dove la concentrazione di imprese strutturate consente strategie di penetrazione più efficaci.


L'export siciliano è trainato soprattutto dal vino – con realtà come Donnafugata, Planeta, Tasca d’Almerita – e dagli agrumi, ma al di fuori di poche aziende virtuose, la maggior parte dei produttori non ha strumenti né risorse per affrontare la complessità della distribuzione estera. In particolare, mancano figure professionali specializzate nel commercio internazionale, nella logistica integrata e nel branding di prodotto. Inoltre, l’uso limitato delle tecnologie digitali – e-commerce, tracciabilità blockchain, piattaforme B2B – riduce ulteriormente la capacità delle imprese di comunicare efficacemente con partner stranieri o intercettare nuove tendenze del consumo globale.


Un altro punto critico riguarda il rapporto con la grande distribuzione organizzata (GDO). Le piccole imprese siciliane faticano ad accedere a questi canali per via dei volumi ridotti e delle difficoltà logistiche. La distanza dai mercati del Nord Italia e del centro Europa, unita all’insufficienza delle infrastrutture portuali e intermodali, penalizza il sistema di trasporto delle merci, rendendo spesso non competitivo il prodotto siciliano, pur quando di qualità superiore. A ciò si aggiunge il ritardo nella costruzione di poli logistici efficienti, piattaforme di stoccaggio refrigerato e snodi doganali digitalizzati.


La questione del nanismo imprenditoriale si intreccia inevitabilmente con la scarsa presenza di giovani e di capitale umano qualificato. Il 72% dei titolari di imprese agricole in Sicilia ha più di 55 anni, mentre i giovani sotto i 35 rappresentano meno del 7% del totale. Questa sproporzione è acuita dalla fuga di cervelli verso il Centro-Nord e l’estero, e da un sistema di istruzione tecnico-professionale ancora poco integrato con le esigenze dell’agroindustria. In pochi, tra i giovani imprenditori, riescono ad accedere ai fondi europei o a costruire reti di partenariato con il mondo universitario, che pure in Sicilia conta eccellenze nel campo dell’agronomia, dell’alimentazione e della tecnologia alimentare.


La regione dispone di strumenti di programmazione per contrastare questo scenario, come il PSR (Piano di sviluppo rurale), i fondi PNRR e i programmi del Fondo per lo Sviluppo e la Coesione. Tuttavia, la capacità di spesa effettiva resta limitata, spesso a causa della complessità burocratica, della frammentazione amministrativa e della mancanza di assistenza tecnica alle imprese. Molti bandi restano sottoutilizzati o finiscono per finanziare iniziative isolate, senza un impatto sistemico sulla filiera.


Alcuni segnali incoraggianti arrivano da esperienze di aggregazione come le Reti di impresa e i Distretti del cibo, ma si tratta ancora di esempi circoscritti. Il Distretto Agrumi di Sicilia, ad esempio, ha avviato progetti per la valorizzazione integrata delle produzioni locali, ma deve fare i conti con difficoltà di coordinamento tra gli attori della filiera. Lo stesso vale per il Distretto del Ficodindia di San Cono e quello dei Vini di qualità dell’Etna. Tutte iniziative che potrebbero fungere da modello, se accompagnate da una strategia pubblica di rafforzamento delle capacità manageriali, di facilitazione dell’accesso al credito e di semplificazione degli iter autorizzativi.


Il nanismo delle imprese dell’agrifood siciliano non è solo una questione economica, ma anche culturale e sociale. La mancanza di fiducia tra produttori, la resistenza all’aggregazione e l’individualismo diffuso ostacolano la nascita di cooperative moderne e di consorzi strutturati. In questo senso, la sfida è duplice: creare le condizioni economiche e infrastrutturali per la crescita dimensionale e innescare un cambiamento culturale che valorizzi la collaborazione, la progettualità condivisa e la logica di filiera. Una sfida che richiede tempo, ma soprattutto una regia pubblica stabile, competente e capace di accompagnare l’evoluzione dell’intero sistema agroalimentare regionale verso standard di efficienza e competitività propri dei mercati globali.

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