Il conflitto tra Iran e Israele sconvolge i mercati energetici: petrolio in calo e gas ai massimi da aprile
- piscitellidaniel
- 23 giu
- Tempo di lettura: 3 min
Il conflitto tra Iran e Israele sconvolge i mercati energetici: petrolio in calo e gas ai massimi da aprile
La recente escalation del conflitto tra Iran e Israele ha avuto ripercussioni immediate e profonde sui mercati internazionali dell’energia, annullando in pochi giorni i guadagni che il petrolio aveva faticosamente accumulato nelle settimane precedenti e spingendo i prezzi del gas europeo ai livelli più alti registrati da aprile. Una situazione che riflette non solo l’alta sensibilità dei mercati alle tensioni geopolitiche, ma anche la complessità degli equilibri energetici globali, messi in discussione da ogni instabilità in Medio Oriente.
Nel dettaglio, il prezzo del greggio Brent, punto di riferimento per il mercato europeo, è sceso sotto i 84 dollari al barile, in netta controtendenza rispetto all’impennata verificatasi nei giorni precedenti, quando la paura di un conflitto più esteso aveva portato il prezzo del petrolio oltre la soglia degli 87 dollari. Il ritracciamento ha sorpreso molti osservatori: nonostante le tensioni belliche e il rischio di interruzioni nelle forniture, il mercato ha corretto le aspettative in modo repentino, segnalando che la percezione del rischio potrebbe essere più contenuta di quanto si temesse.
Le ragioni di questo calo sono molteplici. Innanzitutto, l’assenza di attacchi diretti a infrastrutture petrolifere critiche ha rassicurato gli operatori. Lo Stretto di Hormuz, crocevia di un quinto del traffico petrolifero mondiale, non è stato bloccato né minacciato direttamente, e le spedizioni di greggio sono proseguite senza gravi interferenze. Inoltre, la capacità dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti di compensare eventuali riduzioni dell’offerta ha fornito una sorta di rete di sicurezza psicologica ai mercati.
Diverso invece l’andamento del gas naturale, in particolare quello scambiato sulla piattaforma TTF di Amsterdam, che ha visto un’impennata superiore al 9% in sole due sedute, raggiungendo i massimi degli ultimi due mesi. A influire in questo caso sono stati principalmente i timori legati all’interruzione della produzione nei giacimenti offshore israeliani, come Leviathan, che è stato temporaneamente chiuso per motivi precauzionali. Anche la minaccia di un ulteriore deterioramento delle relazioni tra Iran e Stati Uniti, con ripercussioni sui flussi via pipeline e sui traffici nel Mediterraneo orientale, ha contribuito ad alimentare la volatilità del gas.
Va segnalato anche il ruolo della speculazione finanziaria: hedge fund e investitori istituzionali, sulla scia degli sviluppi geopolitici, hanno accentuato i movimenti dei prezzi sia in acquisto che in vendita. L’incremento dei volumi scambiati sulle principali piazze ha amplificato le oscillazioni, rendendo il mercato dell’energia particolarmente instabile e difficile da prevedere. In questo contesto, anche il gas liquefatto (GNL) è tornato protagonista, con richieste più elevate da parte degli importatori europei preoccupati da eventuali stop improvvisi alle forniture mediorientali.
A pesare sull’andamento dei prezzi ci sono poi le dinamiche macroeconomiche internazionali. Il rallentamento della crescita globale, in particolare in Cina e in Europa, sta frenando la domanda di energia. I dati sulla produzione industriale e sulle scorte, pubblicati negli ultimi giorni, confermano una tendenza alla moderazione dei consumi, con ripercussioni soprattutto sul petrolio. Allo stesso tempo, però, l’inflazione elevata e l’incertezza monetaria continuano a mantenere alta la tensione nei mercati, spingendo gli operatori a privilegiare asset rifugio o ad adottare strategie più difensive.
Nel frattempo, l’Unione Europea e gli Stati Uniti osservano con attenzione l’evoluzione della crisi mediorientale. Le diplomazie sono al lavoro per evitare un allargamento del conflitto che coinvolga altri attori regionali come Hezbollah o le milizie filo-iraniane in Siria e Iraq. Qualsiasi deterioramento della situazione potrebbe avere conseguenze imprevedibili sul mercato energetico, compromettendo la sicurezza delle forniture e facendo schizzare i prezzi in modo incontrollato.
L’Agenzia Internazionale dell’Energia ha sottolineato come, nonostante il contesto di allarme, non vi siano al momento rischi concreti di scarsità globale di petrolio o gas. Tuttavia, ha invitato i governi a monitorare attentamente i livelli di stoccaggio e a prepararsi a misure straordinarie in caso di blocchi logistici o attacchi diretti a infrastrutture strategiche. Una raccomandazione che riflette il clima di incertezza diffuso e la necessità di pianificare scenari anche estremi.
In questo scenario, l’Italia – come altri Paesi europei fortemente dipendenti dall’import energetico – si trova a dover gestire un equilibrio delicato. La diversificazione delle fonti avviata dopo la crisi ucraina ha portato a una riduzione della dipendenza dal gas russo, ma ha reso il sistema ancora più esposto alle turbolenze del mercato globale. I rincari del gas si riflettono direttamente sulle bollette e sui costi di produzione, incidendo sull’inflazione e sulla competitività delle imprese.
Le autorità italiane mantengono alta l’attenzione sui livelli di stoccaggio, che risultano attualmente al di sopra della media stagionale, ma non escludono interventi correttivi in caso di ulteriori aumenti dei prezzi. La situazione resta fluida, e molto dipenderà dagli sviluppi militari nelle prossime settimane e dalla capacità degli attori globali di contenere l’escalation.

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