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Il 95% delle aziende medie e grandi pubblica il bilancio di sostenibilità: cresce l’impegno ambientale e sociale nel sistema industriale italiano

Il panorama industriale italiano sta vivendo una trasformazione profonda, spinta non solo dalla pressione normativa dell’Unione Europea ma anche dalla crescente consapevolezza ambientale e sociale delle imprese. Secondo l’ultimo rapporto pubblicato da Il Sole 24 Ore, il 95% delle aziende medie e grandi in Italia redige e pubblica il bilancio di sostenibilità. Un dato che segna una svolta significativa rispetto a pochi anni fa, quando tale pratica era confinata a una minoranza di aziende quotate o multinazionali. Oggi, invece, è diventata uno standard consolidato in molti settori, dal manifatturiero alla finanza, dall’agroalimentare all’energia.


Il bilancio di sostenibilità è uno strumento attraverso il quale le imprese rendicontano le proprie performance ambientali, sociali e di governance (ESG). Include dati su emissioni di CO₂, consumi energetici, gestione dei rifiuti, uso delle risorse naturali, ma anche sulla parità di genere, le politiche di welfare aziendale, le relazioni con il territorio e la trasparenza nella governance. In sostanza, fornisce una visione integrata delle responsabilità d’impresa, che va oltre i soli parametri economici.


Il crescente ricorso alla rendicontazione non finanziaria è favorito dal quadro normativo europeo. La Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD), entrata in vigore nel 2023, impone infatti l’obbligo di pubblicazione dei bilanci di sostenibilità a tutte le grandi aziende europee e, progressivamente, anche a quelle di medie dimensioni. La direttiva prevede criteri standardizzati e obbliga le imprese a sottoporre i dati a revisione esterna, garantendo maggiore comparabilità e affidabilità delle informazioni. In Italia, il recepimento della normativa è stato accompagnato da una spinta delle istituzioni pubbliche e degli enti di controllo, come Consob e Banca d’Italia.


Secondo l’indagine, tra le imprese italiane che redigono il bilancio di sostenibilità, circa il 70% lo integra all’interno del bilancio d’esercizio, mentre il restante 25% lo pubblica come documento separato ma con eguale dignità informativa. Le grandi aziende quotate in Borsa sono state le pioniere di questo cambiamento, ma anche le imprese non quotate, spesso a conduzione familiare, hanno intrapreso percorsi strutturati di rendicontazione ESG, spinte anche dalle richieste delle banche, dei fornitori e dei clienti istituzionali.


A livello settoriale, i comparti più avanzati nella pubblicazione dei bilanci di sostenibilità sono quello energetico, chimico-farmaceutico, bancario e delle costruzioni. Ma crescono anche i numeri nel food & beverage, nella logistica e nei servizi. Particolare impulso è stato dato anche dalle grandi catene della distribuzione, che impongono standard ESG ai fornitori, incentivando a loro volta le PMI della filiera a dotarsi di strumenti di rendicontazione.


Uno dei principali benefici evidenziati dalle aziende riguarda la reputazione. Comunicare in modo trasparente le azioni in tema di sostenibilità permette alle imprese di rafforzare il rapporto con consumatori sempre più attenti all’impatto ambientale e sociale dei prodotti. Inoltre, le imprese che adottano metriche ESG solide attraggono più facilmente investimenti green e accedono a finanziamenti agevolati da parte delle banche, che sempre più integrano i parametri non finanziari nei criteri di concessione del credito.


L’impatto sulla governance aziendale è altrettanto rilevante. La redazione del bilancio di sostenibilità impone alle imprese una maggiore strutturazione interna, il coinvolgimento di più funzioni aziendali (HR, ambiente, produzione, controllo di gestione), l’adozione di strumenti digitali per il tracciamento dei dati e, soprattutto, una visione strategica di lungo periodo. Sempre più imprese, ad esempio, stanno legando parte della retribuzione variabile dei manager al raggiungimento di obiettivi ESG, introducendo meccanismi di accountability misurabili.


Non mancano le criticità. Alcune imprese lamentano la complessità delle normative e la difficoltà a reperire dati certi, soprattutto per le emissioni indirette lungo la filiera (Scope 3). Altre sottolineano il rischio di greenwashing, ovvero l’utilizzo dei bilanci di sostenibilità come semplice strumento di marketing. Per questo si fa sempre più pressante la richiesta di standard chiari, omogenei e verificabili, in grado di differenziare chi compie reali investimenti ambientali da chi si limita a operazioni cosmetiche.


Anche il ruolo degli stakeholder esterni diventa decisivo. I sindacati, le associazioni ambientaliste e i consumatori chiedono maggiore trasparenza e un ruolo attivo nel processo di definizione delle priorità ESG. Diverse aziende, in risposta a questa richiesta, stanno sperimentando forme di “bilancio partecipato”, coinvolgendo le comunità locali e i portatori di interesse nei processi di valutazione e di reporting.


Nel prossimo futuro, l’obiettivo per molte aziende italiane sarà passare da una rendicontazione puramente descrittiva a un modello predittivo e strategico, capace di integrare la sostenibilità all’interno dei processi decisionali, delle catene del valore e della cultura aziendale. Il bilancio di sostenibilità si configura così non solo come un obbligo normativo, ma come uno strumento fondamentale per il posizionamento competitivo dell’impresa nel contesto globale. La crescita del 95% delle medie e grandi imprese in questa direzione rappresenta un segnale forte che il sistema produttivo italiano ha iniziato a fare sul serio.

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