top of page

Green Deal e caro energia: imprese italiane sotto pressione tra transizione ecologica e perdita di competitività

La transizione ecologica, cuore della strategia europea per la neutralità climatica al 2050, sta imponendo al tessuto industriale italiano un duplice sforzo: da un lato l’adeguamento a normative ambientali sempre più stringenti, dall’altro la sopportazione di costi energetici strutturalmente più alti rispetto a quelli dei principali competitor internazionali. A lanciare l’allarme è Confindustria, che attraverso una nota rilanciata da Il Sole 24 Ore evidenzia come il Green Deal europeo, nella sua configurazione attuale, rischi di trasformarsi in una trappola per le imprese, soprattutto nei settori energivori e manifatturieri ad alta intensità di capitale.


Secondo i dati elaborati dall’associazione degli industriali, le aziende italiane stanno scontando un differenziale competitivo che, dopo la crisi energetica del 2022-2023, non si è più colmato. Il costo dell’energia elettrica per uso industriale, sebbene in calo rispetto ai picchi inflattivi post-bellici, rimane oggi superiore del 30% rispetto alla media USA e del 20% rispetto a quello di molte realtà asiatiche. Anche i prezzi del gas, dopo un effimero rientro, continuano a risentire della volatilità dei mercati internazionali e delle incertezze geopolitiche.


A questa dinamica si somma l’effetto delle nuove regolazioni ambientali contenute nel pacchetto “Fit for 55”, che impone alle imprese obiettivi di decarbonizzazione più ambiziosi, obblighi di rendicontazione ESG, limiti alle emissioni e, progressivamente, l’ampliamento del sistema ETS (Emission Trading Scheme) anche a settori fino a oggi parzialmente esclusi, come l’edilizia e i trasporti. Tali norme, benché pensate per accelerare la transizione verde, stanno incidendo pesantemente sui costi fissi delle aziende, in un contesto economico che resta fragile e imprevedibile.


Confindustria ha calcolato che, per raggiungere gli obiettivi fissati al 2030, le imprese italiane dovranno investire almeno 150 miliardi di euro, concentrati in particolare nella sostituzione degli impianti, nella digitalizzazione dei processi produttivi, nell’efficientamento energetico e nella riconversione di intere filiere industriali. A oggi, però, solo una quota minoritaria di aziende – circa il 28% secondo il Centro Studi Confindustria – dispone di piani strutturati di decarbonizzazione, mentre molte PMI si dichiarano impreparate, prive di supporto tecnico e con una difficoltà crescente ad accedere a finanziamenti agevolati.


Uno degli effetti più preoccupanti è il rischio di delocalizzazione. Molti gruppi industriali, in particolare nei comparti della siderurgia, della carta, della ceramica, del cemento e della chimica di base, stanno valutando strategie per spostare parte della produzione fuori dai confini europei, in aree dove l’energia costa meno e le regolazioni ambientali sono meno severe. Questo processo, già in atto in modo silenzioso, potrebbe accelerare nei prossimi anni, con effetti devastanti per l’occupazione e la bilancia commerciale. La sola filiera dell’alluminio ha visto ridursi in Italia la capacità produttiva di oltre il 40% dal 2021, e altri comparti strategici mostrano segnali analoghi.


Le imprese chiedono una revisione del cronoprogramma normativo, una maggiore flessibilità nell’applicazione dei target ambientali e un rafforzamento del sostegno pubblico, soprattutto nella fase iniziale della transizione. Tra le proposte avanzate da Confindustria figurano: l’introduzione di un tetto massimo ai prezzi dell’energia per usi produttivi, l’accelerazione delle autorizzazioni per impianti rinnovabili, il potenziamento dei contratti per differenza a lungo termine (CfD) e un maggiore ricorso al capacity market. Si invoca inoltre un fondo europeo dedicato alla transizione industriale, che possa compensare gli squilibri tra Paesi e garantire un livello minimo di competitività continentale.


Il confronto con gli Stati Uniti e con la Cina è impietoso. Con il varo dell’Inflation Reduction Act, Washington ha mobilitato oltre 400 miliardi di dollari per incentivare la produzione nazionale di tecnologie verdi e ridurre la dipendenza da Paesi terzi. Pechino, da parte sua, ha già consolidato una posizione dominante nelle filiere del fotovoltaico, delle batterie e delle terre rare, con sussidi statali massicci e una strategia industriale centralizzata. L’Europa, pur prima nell’ambizione climatica, appare in ritardo nella capacità di sostenere l’apparato produttivo nella fase di transizione, lasciando le singole imprese esposte a una concorrenza asimmetrica.


In Italia, il PNRR rappresenta un’opportunità cruciale, ma la sua capacità di incidere strutturalmente sul gap energetico resta limitata. Solo una parte minoritaria dei fondi è destinata direttamente alle imprese industriali, mentre molte misure richiedono cofinanziamento privato che le PMI più fragili faticano a garantire. Inoltre, la lentezza burocratica nell’attuazione dei progetti e i ritardi nella messa a terra degli investimenti rischiano di vanificare il potenziale del piano nazionale. La transizione rischia così di accentuare le disuguaglianze tra imprese grandi e piccole, tra settori ad alta e bassa intensità tecnologica, e tra territori più o meno attrezzati per la trasformazione.


Un altro nodo è quello della certezza normativa. Le imprese lamentano un eccesso di regolamentazione disorganica e frequenti cambi di rotta da parte delle istituzioni. In mancanza di una chiara strategia industriale coerente con gli obiettivi ambientali, il rischio è che la sostenibilità diventi un onere e non un’opportunità. Anche per questo, il dibattito si è intensificato negli ultimi mesi tra le principali confederazioni industriali europee, che chiedono alla Commissione UE un “pausing mechanism” su alcune norme climatiche, almeno fino a quando non saranno disponibili tecnologie mature e strumenti finanziari idonei.


Il governo italiano ha espresso attenzione al tema, ma deve ora affrontare un difficile equilibrio tra le richieste dell’apparato produttivo e gli impegni vincolanti presi in sede europea. La ministra dell’Ambiente Pichetto Fratin ha più volte ribadito la necessità di una transizione “realistica e non ideologica”, mentre il ministro delle Imprese Urso ha rilanciato l’idea di un “green new deal italiano” basato su incentivi fiscali, formazione e investimenti pubblici in infrastrutture verdi. Tuttavia, senza un’iniziativa coordinata a livello europeo, l’efficacia di singoli interventi nazionali rischia di essere marginale.


Nel frattempo, la pressione sui margini di profitto cresce e molti imprenditori denunciano un clima di crescente incertezza. La sfida della decarbonizzazione resta inevitabile, ma le condizioni di contesto attuali sembrano più penalizzanti per il sistema produttivo italiano rispetto ad altri concorrenti globali. Con il rischio che la sostenibilità ambientale, se mal gestita, si traduca in insostenibilità economica.

Post correlati

Mostra tutti

Commenti


Le ultime notizie

bottom of page