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Fondi di coesione, la gestione nazionale divide le Regioni: crescono tensioni su risorse e competenze

La decisione del Governo di concentrare la gestione dei fondi di coesione a livello nazionale ha acceso un nuovo scontro istituzionale tra lo Stato centrale e le Regioni, in particolare quelle del Mezzogiorno. Il provvedimento, annunciato ufficialmente con una delibera della Presidenza del Consiglio dei ministri, prevede che l’attuazione e la supervisione di una parte consistente delle risorse comunitarie sia coordinata direttamente da Roma, limitando di fatto la capacità di programmazione autonoma delle amministrazioni regionali.


Il tema tocca da vicino oltre 43 miliardi di euro destinati alla politica di coesione 2021-2027, già oggetto di forti ritardi nell’impiego e nella progettazione. La misura, nelle intenzioni del Governo, mira a recuperare efficienza nell’utilizzo dei fondi, accelerando i tempi di spesa e superando le criticità emerse nei precedenti cicli di programmazione, in cui numerosi obiettivi sono rimasti disattesi, soprattutto nel Sud. Tuttavia, la reazione delle Regioni non si è fatta attendere, con la Conferenza delle Regioni che ha espresso all’unanimità una forte preoccupazione, parlando di un atto centralista che mette a rischio il principio di sussidiarietà e indebolisce il ruolo delle autonomie locali.


I presidenti di Regione del Mezzogiorno, in particolare, vedono nella scelta del Governo un passo indietro rispetto alla logica di responsabilizzazione e partecipazione territoriale promossa anche dall’Unione Europea. L’accusa principale è che si voglia escludere le Regioni dalla possibilità di definire priorità strategiche per il proprio sviluppo economico e sociale, delegando le scelte a tecnocrazie ministeriali che operano senza una reale conoscenza dei territori. Il governatore della Campania ha parlato di “commissariamento politico”, mentre quello della Puglia ha definito la decisione “un grave errore istituzionale che compromette la credibilità del regionalismo italiano”.


A fare da detonatore alla protesta è stata anche la pubblicazione della lista dei progetti strategici che il Governo intende gestire direttamente, molti dei quali ritenuti poco aderenti alle reali esigenze delle aree interne e periferiche. Secondo fonti regionali, circa il 35% dei fondi assegnati verrebbe impiegato su infrastrutture considerate prioritarie a livello nazionale, ma con benefici incerti per le comunità locali, mentre i progetti a forte impatto sociale e ambientale subirebbero un ridimensionamento.


Non mancano però voci discordanti. Alcuni rappresentanti di Regioni del Nord, come il Veneto e la Lombardia, hanno espresso un cauto favore per l’iniziativa governativa, sostenendo che una maggiore regia centrale possa garantire un uso più efficiente dei fondi, superando i ritardi storici che penalizzano il Paese intero nella rendicontazione europea. Per queste Regioni, l’accentramento potrebbe anche portare a una maggiore omogeneità nella selezione dei progetti e ridurre le disparità burocratiche tra i diversi enti.


Il dibattito ha anche un risvolto tecnico. Il Governo ha giustificato la scelta richiamando i dati forniti dalla Corte dei Conti e dalla Commissione Europea che mettono in evidenza come, a metà del periodo di programmazione 2021-2027, solo il 24% delle risorse sia stato effettivamente impegnato, con percentuali ancora più basse nel Sud. Il nuovo assetto prevedrebbe l’istituzione di un’unità centrale di coordinamento presso il Dipartimento per le politiche di coesione, con poteri di indirizzo e monitoraggio diretto su tutti i progetti sopra una determinata soglia finanziaria. In parallelo, si rafforzerebbe il ruolo dell’Agenzia per la Coesione, che agirebbe da cabina di regia tecnica e da interfaccia unica con Bruxelles.


Il nodo delle competenze costituzionali, però, rimane al centro della contesa. La riforma del Titolo V della Costituzione del 2001 affida alle Regioni un ruolo cruciale nella programmazione e gestione dei fondi strutturali. Le Regioni temono che la nuova impostazione possa generare un precedente pericoloso e creare un dualismo tra fondi gestiti centralmente e fondi in capo alle amministrazioni locali, con effetti di disarticolazione della strategia complessiva di sviluppo. Alcuni costituzionalisti hanno già sollevato dubbi sulla legittimità della scelta del Governo, annunciando possibili ricorsi alla Corte Costituzionale.


A livello europeo, la Commissione ha finora evitato commenti ufficiali, ma alcune fonti interne avrebbero manifestato preoccupazione per l’accentramento, sottolineando che la logica della politica di coesione richiede il coinvolgimento diretto dei livelli subnazionali. In vista della prossima programmazione post-2027, l’orientamento dell’Unione è infatti quello di rafforzare la governance multilivello, puntando sulla co-progettazione con enti locali e soggetti della società civile.


Nel frattempo, la tensione politica è destinata a crescere anche in Parlamento, dove diverse forze di opposizione hanno chiesto la convocazione urgente di una sessione straordinaria sul tema, mentre alcune forze di maggioranza appaiono divise. Da un lato c’è chi sostiene la linea dell’efficienza e del controllo centralizzato come strumento per rilanciare gli investimenti pubblici, dall’altro chi teme un effetto boomerang sulle alleanze territoriali e sulle strategie di coesione a lungo termine. Il confronto appare appena iniziato.

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