Ex Ilva, la Corte d’Appello di Milano ordina lo stop dell’area a caldo: 90 giorni per ridurre emissioni e bonificare gli impianti
- piscitellidaniel
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Una nuova svolta giudiziaria riporta al centro del dibattito il futuro dell’ex Ilva di Taranto, uno dei siti industriali più complessi e controversi d’Europa. La Sezione specializzata in materia d’Impresa della Corte d’Appello di Milano ha accolto il reclamo presentato da un gruppo di cittadini e genitori tarantini, disponendo la sospensione delle attività dell’area a caldo entro 90 giorni qualora non vengano eliminate le criticità ambientali e sanitarie individuate dai giudici. La decisione ribalta il precedente orientamento del Tribunale e introduce un termine stringente entro il quale dovranno essere adottati interventi concreti per consentire la prosecuzione della produzione siderurgica.
Il provvedimento stabilisce che gli impianti potranno continuare a operare soltanto se saranno soddisfatte precise condizioni. In particolare, la riattivazione dell’area a caldo sarà subordinata alla completa bonifica dell’amianto presente negli impianti e all’adozione delle misure necessarie per riportare le emissioni di polveri sottili entro livelli ritenuti compatibili con la tutela della salute pubblica. I giudici hanno inoltre ritenuto che alcune disposizioni contenute nell’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) del 2025 non garantiscano un’adeguata protezione rispetto alle emissioni di PM10 e PM2,5 nello scenario produttivo autorizzato fino a sei milioni di tonnellate di acciaio all’anno. Per questo motivo la sentenza dispone una parziale disapplicazione dell’autorizzazione sotto il profilo delle prescrizioni ambientali ritenute insufficienti.
La vicenda si inserisce in un contesto che da anni vede contrapposti il diritto alla salvaguardia dell’occupazione e quello alla tutela della salute dei residenti. Secondo la Corte, il progressivo deterioramento degli impianti continua infatti a rappresentare un fattore di rischio che non può essere ignorato. Il collegio ha accolto le richieste avanzate dai cittadini in relazione alla presenza di amianto e alle emissioni atmosferiche, mentre ha respinto le domande riguardanti la riduzione dei gas a effetto serra, ritenendo che il procedimento dovesse concentrarsi sulle criticità direttamente collegate alla sicurezza sanitaria della popolazione. La sospensione delle attività resta comunque vincolante qualora le prescrizioni indicate non vengano rispettate entro il termine fissato.
Le conseguenze della decisione potrebbero essere rilevanti anche sul piano economico e industriale. Lo stabilimento di Taranto rappresenta ancora uno degli impianti siderurgici più importanti d’Europa e costituisce un anello essenziale per numerose filiere produttive italiane, dall’automotive alla meccanica fino alle costruzioni. Un eventuale stop dell’area a caldo inciderebbe sulla produzione nazionale di acciaio, con possibili ripercussioni sull’approvvigionamento delle imprese e sull’intero processo di rilancio industriale previsto dal Governo. Allo stesso tempo, la sentenza rafforza il principio secondo cui la continuità produttiva non può prescindere dal rispetto delle prescrizioni ambientali e dalla prevenzione dei rischi sanitari.
Il procedimento non chiude definitivamente la vicenda giudiziaria dell’ex Ilva, ma segna un passaggio destinato ad avere un peso significativo nelle future decisioni industriali e istituzionali. Nei prossimi tre mesi sarà determinante verificare se i commissari straordinari e i soggetti coinvolti nella gestione dello stabilimento riusciranno a realizzare gli interventi richiesti dalla Corte, evitando la sospensione delle attività dell’area a caldo. La pronuncia conferma come il caso Taranto continui a rappresentare uno dei principali banchi di prova per il difficile equilibrio tra politica industriale, protezione dell’ambiente e diritto alla salute, temi che da oltre un decennio accompagnano il destino del più grande impianto siderurgico italiano.


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