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Ex Ilva, il governo riapre la gara per la vendita: Urso annuncia il piano per la decarbonizzazione ma chiede l’ok degli enti locali

La partita per il futuro dell’ex Ilva di Taranto torna ufficialmente al centro dell’agenda industriale del governo. Il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha confermato la riapertura della gara per la cessione del polo siderurgico, in un quadro che punta a coniugare rilancio produttivo e sostenibilità ambientale. Il piano prevede l’ingresso di nuovi soggetti industriali, la piena partecipazione dello Stato attraverso Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria e un investimento strategico nella decarbonizzazione del processo produttivo. Ma per procedere, il governo pone come condizione imprescindibile il consenso degli enti locali, in particolare della Regione Puglia e del Comune di Taranto, da anni in prima linea nel dibattito sull’impatto sanitario e ambientale dell’impianto.


Il nodo principale resta il bilanciamento tra tutela della salute, riconversione ambientale e garanzia occupazionale. Urso ha annunciato che il piano del governo si basa su un progetto industriale rinnovato, che prevede l’installazione di almeno due forni elettrici a ciclo integrato con alimentazione a gas e idrogeno verde, in sostituzione parziale dell’attuale sistema a ciclo integrale basato sull’altoforno. Questo intervento dovrebbe abbattere drasticamente le emissioni di CO2 e di polveri sottili, segnando un cambio di paradigma nella produzione dell’acciaio in Italia.


La decarbonizzazione dell’ex Ilva rappresenta una delle principali sfide strategiche per il governo, anche in chiave europea. L’Italia punta ad accedere ai fondi del piano REPowerEU e del Just Transition Fund, e l’adeguamento della produzione siderurgica a standard più sostenibili è condizione necessaria per intercettare le risorse previste per la transizione verde. Tuttavia, per poter avviare formalmente la nuova gara, Palazzo Chigi e il Mimit devono incassare l’assenso delle istituzioni locali, che da tempo chiedono garanzie concrete sul rispetto degli standard ambientali e sul superamento dell’eredità industriale che ha segnato negativamente la storia recente di Taranto.


Il ministro Urso ha incontrato nei giorni scorsi rappresentanti del Comune e della Regione, manifestando la piena disponibilità del governo ad ascoltare le esigenze del territorio. Tuttavia, la risposta delle istituzioni locali non è ancora univoca. Il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, ha chiesto di subordinare qualsiasi piano industriale alla chiusura definitiva dell’area a caldo, mentre il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, ha ribadito che ogni progetto dovrà essere accompagnato da una valutazione di impatto sanitario vincolante e da una reale partecipazione della città ai tavoli decisionali.


Il commissario straordinario di Acciaierie d’Italia, Giampiero Castano, ha confermato che il processo di valutazione dei soggetti interessati alla gara è già stato avviato informalmente. Tra i nomi in campo ci sarebbe anche Arvedi, il gruppo guidato da Giovanni Arvedi, già attivo nella produzione siderurgica a ciclo elettrico e ritenuto compatibile con il modello di sostenibilità che il governo intende perseguire. Tuttavia, l’operazione resta complessa, sia per le dimensioni del sito di Taranto che per la necessità di assorbire i circa 8.200 lavoratori attualmente in forze presso lo stabilimento.


Il piano di rilancio punta a garantire una produzione stabile intorno ai 4-5 milioni di tonnellate annue nel breve periodo, con una prospettiva di crescita nel medio termine fino a 6 milioni, compatibilmente con l’ingresso dei nuovi impianti e la transizione energetica. Un passaggio fondamentale sarà la riconversione di parte dell’attuale ciclo produttivo mediante investimenti diretti dello Stato attraverso Invitalia e una nuova compagine societaria mista, dove il socio privato gestirà le operazioni mentre il pubblico deterrà una quota di controllo per garantire la tenuta industriale e occupazionale.


Il ministro Urso ha anche sottolineato che l’obiettivo è evitare nuove emergenze industriali e procedere con tempi certi. Il calendario prevede che la gara venga formalmente riaperta entro l’autunno e che la selezione dell’operatore vincitore possa concludersi nel primo semestre 2026. Il piano è collegato a un cronoprogramma di investimenti pubblici per circa 1,7 miliardi, da destinare all’adeguamento tecnologico, alla bonifica dell’area e alla costruzione delle infrastrutture energetiche necessarie all’alimentazione dei nuovi forni elettrici.


Nel frattempo, però, i sindacati esprimono forte preoccupazione. La Fim-Cisl e la Fiom-Cgil hanno chiesto al governo di rendere trasparente il processo di selezione dei nuovi investitori e di garantire la continuità occupazionale per tutti i lavoratori attualmente in carico, inclusi quelli dell’indotto. Si teme che una transizione non pienamente governata possa provocare esuberi o rallentamenti nella produzione, con impatti sociali ed economici devastanti su un territorio già provato.


La riapertura della gara per la cessione dell’ex Ilva arriva in un momento cruciale per l’industria siderurgica europea, sotto pressione per la concorrenza asiatica, l’aumento dei costi energetici e la necessità di ridurre le emissioni. Il polo di Taranto, per quanto al centro di controversie da anni, rappresenta ancora il cuore pulsante della capacità produttiva italiana ed è considerato strategico per l’autonomia industriale del Paese. La sfida è farne un modello di produzione sostenibile, un polo di eccellenza green capace di rilanciare l’occupazione, tutelare la salute pubblica e attrarre capitali industriali in una logica di lungo periodo.

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