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Ddl stupri approvato dalla maggioranza, il nodo del consenso e l’aumento delle sanzioni accendono la polemica

L’approvazione del disegno di legge sugli stupri da parte della maggioranza apre una fase di forte tensione politica e culturale, riportando al centro del dibattito il tema del consenso e dell’impianto complessivo delle norme penali in materia di violenza sessuale. Il testo introduce un rafforzamento del sistema sanzionatorio e una riformulazione di alcuni aspetti della fattispecie, ma lo fa senza inserire esplicitamente il principio del consenso come elemento centrale e autonomo del reato. Questa scelta ha immediatamente suscitato critiche, perché tocca uno dei punti più sensibili del confronto pubblico degli ultimi anni, in cui la richiesta di una definizione chiara del consenso è diventata simbolo di una diversa concezione della tutela delle vittime.


Il cuore della polemica riguarda proprio l’impostazione del testo, che secondo i critici continua a ruotare attorno alla violenza, alla costrizione e all’uso della forza, senza compiere quel passaggio culturale che molte associazioni e una parte dell’opposizione ritengono necessario. L’assenza di una formulazione esplicita basata sul consenso viene letta come una scelta che rischia di lasciare ambiguità interpretative e di perpetuare un approccio ritenuto superato. Dall’altra parte, la maggioranza difende l’impianto del provvedimento sottolineando l’inasprimento delle pene e il rafforzamento degli strumenti repressivi, presentandoli come una risposta concreta e immediata alla gravità del fenomeno.


L’aumento delle sanzioni rappresenta uno degli elementi qualificanti del disegno di legge e viene indicato come segnale di fermezza nei confronti dei reati sessuali. La logica che sostiene questa scelta è quella di una maggiore deterrenza, attraverso pene più severe e un quadro repressivo rafforzato. Tuttavia, anche questo aspetto alimenta il confronto, perché una parte del mondo giuridico e sociale mette in dubbio l’efficacia di un intervento centrato prevalentemente sull’inasprimento sanzionatorio. Secondo questa lettura, senza una ridefinizione chiara dei presupposti del reato e senza un investimento parallelo su prevenzione, formazione e tutela delle vittime, il rischio è quello di un intervento sbilanciato, più simbolico che realmente incisivo.


Il dibattito sul consenso assume quindi una dimensione che va oltre il singolo provvedimento e investe il modo stesso in cui l’ordinamento affronta la violenza sessuale. Per molti osservatori, la mancata introduzione di una definizione fondata sul consenso rappresenta un’occasione mancata, soprattutto alla luce delle evoluzioni normative e culturali registrate in altri Paesi europei. La questione non è soltanto giuridica, ma profondamente politica e culturale, perché riguarda il riconoscimento dell’autodeterminazione e la capacità del diritto penale di riflettere i cambiamenti sociali in atto. La distanza tra le posizioni in campo evidenzia una frattura che attraversa Parlamento e società, rendendo difficile una sintesi condivisa.


L’approvazione del ddl, pur segnando un passaggio formale importante, non chiude quindi il confronto, ma lo rilancia in forme ancora più accese. La polemica che accompagna il testo mette in luce una tensione strutturale tra l’esigenza di dare risposte rapide e visibili a un problema drammatico e la richiesta di una riforma più profonda e coerente del sistema di tutela. Il tema della violenza sessuale continua così a essere un terreno di scontro in cui si intrecciano diritto, politica e cultura, con il consenso che resta il punto più controverso e divisivo dell’intero impianto normativo.

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