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Dazi Usa su Cina e Messico, Bessent (Hedge Fund): “Mi aspetto una valanga di accordi prima del 9 luglio”. Pressioni globali su Biden

La minaccia dell’introduzione di nuovi dazi da parte degli Stati Uniti su importazioni provenienti da Cina e Messico ha generato forti tensioni nei mercati e acceso il dibattito tra economisti e investitori. Jason Bessent, fondatore dell’hedge fund Key Square Group ed ex braccio destro di George Soros, ha lanciato l’allarme: il rischio di una guerra commerciale globale torna attuale e potrebbe portare, prima della scadenza elettorale cruciale del 9 luglio, a una “valanga di accordi” tra Washington e i suoi principali partner economici. Secondo il finanziere, le pressioni sulle catene di approvvigionamento e le conseguenze politiche interne spingeranno l’amministrazione Biden a rivedere almeno in parte la linea protezionistica annunciata.


Le dichiarazioni di Bessent arrivano in un momento particolarmente sensibile, con le elezioni presidenziali alle porte e l’ex presidente Donald Trump che ha già dichiarato l’intenzione, in caso di vittoria, di imporre dazi generalizzati del 10% su tutte le importazioni e fino al 60% su quelle dalla Cina. Biden, sebbene meno diretto, ha avviato da tempo una revisione del regime tariffario nei confronti di Pechino e ha lasciato intendere che non escluderà nuove misure a tutela della manifattura americana. Le ripercussioni di questa linea sono già evidenti, soprattutto nei settori automobilistico, elettronico e agricolo, i più esposti alle relazioni con Messico e Cina.


Catene globali in allerta: la diplomazia delle imprese si mobilita

L’ipotesi di un’escalation tariffaria ha provocato un’immediata reazione da parte delle imprese coinvolte. In prima linea si trovano i colossi statunitensi della tecnologia, dell’automotive e della grande distribuzione, le cui filiere dipendono in larga misura dalla produzione asiatica o dall’assemblaggio messicano. L’impatto potenziale di nuovi dazi metterebbe in crisi migliaia di fornitori e rischierebbe di innalzare i costi per i consumatori americani in un momento in cui l’inflazione resta una preoccupazione centrale per l’opinione pubblica e per la Federal Reserve.


Secondo Bessent, nelle prossime settimane assisteremo a un’intensa attività di negoziazione tra governi e multinazionali, con l’obiettivo di ritardare, modulare o scongiurare del tutto l’introduzione delle nuove tariffe. “Nessun Paese vuole entrare in un ciclo di ritorsioni – ha dichiarato l’investitore – e tutti hanno interesse a evitare che l’America diventi una roccaforte commerciale isolata in nome dell’autarchia”. Le pressioni più forti arriveranno probabilmente dalle aziende americane stesse, che rischiano di vedere compromessa la propria competitività sui mercati internazionali e di perdere accesso privilegiato a componenti e tecnologie critiche.


In particolare, l’industria automobilistica teme una paralisi della produzione, dato che una parte significativa dei veicoli venduti negli Stati Uniti viene assemblata in Messico o contiene componenti cinesi. Lo stesso vale per le aziende di semiconduttori e per le imprese del settore energetico, sempre più dipendenti da forniture e lavorazioni globali.


Il fattore geopolitico e l’ombra della Cina

L’amministrazione Biden ha più volte motivato la sua politica commerciale con la necessità di proteggere la sicurezza nazionale e garantire l’indipendenza strategica degli Stati Uniti, in particolare nei confronti della Cina. Pechino è accusata da anni di pratiche di concorrenza sleale, dumping industriale e violazione della proprietà intellettuale. Tuttavia, la Cina è anche il secondo partner commerciale degli Stati Uniti e mantiene posizioni di forza in numerosi settori strategici, tra cui batterie, tecnologie per le rinnovabili, telecomunicazioni e terre rare.


L’inasprimento dei rapporti commerciali con Pechino rischia di avere ricadute gravi anche a livello geopolitico. Il Partito Comunista cinese ha già dichiarato di essere pronto a reagire in modo proporzionato a qualsiasi imposizione tariffaria, anche attraverso il blocco di esportazioni critiche o l’inasprimento dei controlli su società americane operanti sul territorio cinese. La stabilità del commercio globale dipende sempre più da un fragile equilibrio politico, reso ancora più instabile dalla campagna elettorale americana e dalla volontà dei candidati di mostrarsi “duri” sulla Cina.


In questo contesto, Jason Bessent ritiene che si stiano aprendo spazi per accordi bilaterali dell’ultima ora, magari sotto forma di esenzioni settoriali o intese temporanee, volte a rassicurare i mercati e garantire un minimo di prevedibilità alle imprese. L’hedge fund manager ipotizza una “valanga” di concessioni e compromessi prima del 9 luglio, data indicata come snodo chiave della politica commerciale americana in vista della Convention repubblicana e delle scadenze parlamentari federali.


Messico tra crescita e incertezza: l’alleato fragile di Washington

Sul fronte messicano, le preoccupazioni non sono da meno. Il Messico è oggi il principale partner commerciale degli Stati Uniti in termini di volume di scambi, avendo superato sia la Cina che il Canada. Gran parte di questa relazione si basa sull’accordo USMCA (United States–Mexico–Canada Agreement), erede del NAFTA, che garantisce la libera circolazione di beni tra i tre Paesi nordamericani. Tuttavia, le dichiarazioni di Trump e le esitazioni di Biden hanno riacceso i timori di una possibile rinegoziazione o sospensione di alcune clausole.


Un’escalation tariffaria colpirebbe duramente il tessuto industriale messicano, in particolare le maquiladoras, ovvero le fabbriche di assemblaggio transfrontaliere che costituiscono la spina dorsale dell’export verso gli USA. Secondo la Banca centrale del Messico, un aumento generalizzato dei dazi potrebbe ridurre del 2% il PIL nazionale in un solo anno e causare la perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro.


Il neoeletto presidente Claudia Sheinbaum, che entrerà in carica in autunno, ha già fatto sapere che uno dei primi dossier che affronterà sarà proprio la stabilità dell’accordo commerciale con Washington. In parallelo, il governo messicano sta intensificando i contatti con l’Unione Europea e con i Paesi asiatici per diversificare i propri partner commerciali e ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti. Tuttavia, l’asimmetria tra le due economie rende difficile un disaccoppiamento reale nel breve periodo.


Mercati finanziari e investitori: clima di attesa e strategie difensive

Sul fronte dei mercati, le incertezze legate alla politica commerciale americana stanno influenzando le scelte degli investitori internazionali. I settori più esposti, come quello tecnologico, automobilistico e manifatturiero, stanno registrando un aumento della volatilità, con vendite mirate sui titoli più vulnerabili a interruzioni nella catena di fornitura. Parallelamente, si assiste a un rafforzamento delle posizioni in asset considerati rifugio, come il dollaro, i Treasury bond e l’oro.


Molti gestori di fondi stanno adottando strategie difensive, riducendo l’esposizione su asset americani e cercando opportunità nei mercati emergenti meno soggetti a tensioni geopolitiche. Anche le valute asiatiche, in particolare lo yuan cinese e il peso messicano, stanno subendo fluttuazioni legate all’incertezza sulle decisioni di Washington.


Jason Bessent, nel suo intervento, ha sottolineato come le decisioni dei prossimi giorni potranno determinare la traiettoria economica globale per i prossimi anni. Secondo il finanziere, l’amministrazione americana è consapevole del rischio sistemico che comporterebbe una guerra commerciale su vasta scala e, per questo, si sta muovendo con cautela. Tuttavia, il tempo stringe, e la finestra utile per evitare l’innesco di nuove tensioni commerciali sembra destinata a chiudersi rapidamente.

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